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Quanto ne sappiamo sulla censura in cina?

Noi occidentali siamo realmente consapevoli del grado di censura e della ristretta libertà di opinione che vige nella repubblica popolare Cinese?

La Cina è una repubblica popolare, ad oggi la nazione più popolosa del mondo, che conta ben 1,4 miliardi di abitanti, il cui il potere è esercitato dal Partito Comunista Cinese attualmente guidato dal “leader supremo” Xi Jinping.

Ma quanto ne sappiamo sulla censura in Cina? Spesso viene sottovalutata la libertà di opinione tipica dei paesi occidentali, non curando dei limiti vigenti negli altri paesi. Il grado di censura della Cina è uno dei più alti del mondo, a conferma di ciò i dati riportati dal rapporto “Freedom on the Net 2020” che individua in Cina, per il sesto anno consecutivo, le peggiori violazioni della libertà di Internet a causa di livelli di filtraggio e manipolazione dei contenuti.

Il Partito Comunista gestisce e controlla l’informazione e filtra le notizie diffuse nel paese, qualsiasi libro, articolo, giornale, pellicola cinematografica e ogni tipo di oggetto di divulgazione viene revisionata dal partito prima della pubblicazione.  

Effettuando della ricerche sul motore di ricerca cinese “Baidu” possiamo imbatterci in immagini e testi complementi differenti rispetto ciò che apparirebbe sul nostro motore di ricerca “Google”. Un esempio molto noto anche in occidente, è il caso in cui si ricerchi su Google rispetto a Baidu, “piazza Tienanmen”, riferendosi ad una serie di manifestazioni popolari di massa contro la forza militare e politica cinese tenutasi nell’omonima piazza nei pressi del centro di Pechino del 1989 che terminarono in tragedia, con un gran numero di morti e feriti.

Ricercando su Baidu non è possibile ottenere queste informazioni ma solo mere immagini della piazza, in quanto oggi in Cina anche solo parlare della protesa è considerato un tabù. Anche la commemorazione in ricordo del massacro il 4 giugno viene tenuto nel silenzio dei mezzi di comunicazione: per aggirare la censura si adotta lo stratagemma di riferirsi alla data del 4 giugno come 35 maggio, espressione coniata dallo scrittore Yu Hua.

Cercare “piazza Tienanmen”: Google vs. Baidu


La situazione nel 2021

Attualmente nel 2021, è come se esistesse un internet a due volti, da una parte la Cina e dell’altra il resto del mondo. La Cina vede solo quello che il partito consente e approva. Per rendere internet inaccessibile la repubblica popolare ha costruito quella che viene comunemente chiamata “la grande muraglia digitale” che blocca la maggior parte dei servizi che usiamo in Europa e America.

In inglese si adopera in modo ironico il termine “Great Firewall”; coniato in un articolo sulla rivista Wired nel 1997. Recentemente la Cina si è spinta ben oltre la barriera virtuale del Great Firewall, lanciando anche potenti attacchi malware contro server esteri, siti web e app di messaggistica ritenuti problematici e bloccandone i servizi. Per questo: Youtube, Facebook, Twitter e Wikipedia sono stati sostituiti da Pechino con propri servizi alternativi, ad esempio “We chat” è nato in sostituzione a Whatsapp e Facebook e “Weibo” a Twitter.

Nel 2020, è stato proposto dal governo cinese il “New IP”, il nuovo protocollo di base per Internet, l’ultimo tassello di una strategia dei Paesi dittatoriali volta a soffocare la libertà alla base della rete. In questo nuovo protocollo sarebbero presenti opzioni come il cosiddetto “kill-switch”, il quale permetterebbe alle autorità di bloccare completamente un singolo indirizzo di rete, cancellando (o deviando) tutto il traffico in entrata o in uscita.
La Cina amplierebbe ancor di più quella che è la propria “sovranità digitale”, che potrebbe rendere ulteriori paese propensi ad adottare approcci simili.

La divulgazione di notizie non approvate

Nel marzo del 2021 come riporta un recente articolo del “The New York Times” è emersa l’esistenza di un sorta di “black list” utilizzata in Cina, con finalità repressive, per perseguitare coloro che pongono in discussione gli “eroi” nazionali elogiati dal partito.

Testimonianze di occidentali che hanno vissuto in Cina spiegano come la popolazione cinese venga abituata fin da subito a mostrare il massimo rispetto, sopratutto in pubblico, per i propri leader, che non sono mai oggetto di critica come spesso avviene nei paesi occidentali.
All’interno di un ecosistema del genere, viene meno il pluralismo e  si favorisce la proliferazione di un conformismo ideologico.  

Un esempio di limite di divulgazione di notizie non approvate è avvenuto nel 2020, il processo alla giornalista cinese Zhang Zhan, che dopo aver pubblicato nel febbraio dello stesso anno notizie non apprezzate dal regime legate all’inizio della pandemia, è stata condannata a quattro anni di detenzione con l’accusa di «avere provocato problemi all’ordine pubblico».
In seguito, nel dicembre 2020, il New York Times pubblica una lunga inchiesta su come il governo Cinese abbia manipolato la pandemia insabbiando notizie e fatti, in particolar modo dando alla popolazione una percezione minore della pericolosità del virus, omettendo che si stesse estendendo con estrema rapidità al di fuori del paese. 

Oggi è ritenuto che i servizi presenti soddisfino quasi completamente la popolazione cinese. Una popolazione che tuttavia non ha una concreta percezione o comunque una percezione ridotta della censura e degli ecosistemi sociali esistenti fuori della nazione. 

In molti ci chiediamo cosa accadrà nella repubblica cinese nei prossimi anni, si andrà sempre di più verso un maggiore controllo o avverrà qualche evento estremamente rivoluzionario che muterà radicalmente la situazione attuale?

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