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Perché l’Isis sta dilagando nell’Africa dei paradossi

Lo Stato Islamico, contro il suo credo Jihadista, ha approfittato della frammentata situazione sociale e culturale del territorio per infiltrarsi nei rapporti di potere

Ormai da quattro anni a questa parte, l’Isis è una presenza costante negli stati dell’Africa subsahariana. La sua area d’infiltrazione parte dal sud della Libia e arriva fino al Mozambico, coprendo tutta ciò che molti hanno definito “l’Africa dei Paradossi”

Una zona paradossale, perché colma di risorse naturali e tassativamente sommersa di povertà, talvolta estrema. Proprio in quest’area del continente, lo Stato Islamico ha esteso la sua mano, per irreligiosi motivi economici che trascendono il radicalismo religioso.

Prendiamo come esempio proprio il Mozambico: il 24 Marzo 2021 l’Isis porta la guerriglia nella città di Palma, causando numerose vittime e la fuga di più di 100.000 persone. Nella vicina Afungi è senza sorpresa che apprendiamo la presenza del giacimento di gas dell’azienda francese Total. Ampliando di poco lo sguardo, scopriremo che in questa stessa regione, chiamata Cabo Delgado, si trova un enorme giacimento di rubini. Come se non bastasse il Mozambico è probabilmente il più importante snodo africano per il traffico illegale di Eroina

A causa della diffusa povertà e della relativa debolezza dei governi centrali, l’occidente rischia di diventare testimone di un’altra guerra d’erosione. Già la maggior parte delle milizie schierate contro l’Isis sono europee, e il Mozambico ha, a più riprese, assoldato dei contractor per la difesa dei suoi confini.

Se da una parte questo conflitto non fa che peggiorare la già stagnante situazione africana, dall’altra riempie ancor di più le tasche dell’industria bellica mondiale, soprattutto dei famigerati blocchi Cinese, Russo e Americano.

Lo Stato Islamico, ancora una volta contro il suo credo Jihadista, ha approfittato della frammentata situazione sociale e culturale del territorio per infiltrarsi nei rapporti di potere.
Come già accadde durante il conflitto balcanico negli anni ’90 e nella sanguinosa lotta tra Hutu e Tutsi in Ruanda, gli scomodi motivi politici vengono mascherati da pretesti etnici, che culturalmente legittimano il conflitto, storicizzandolo e proiettandolo su un piano mitico. Ciò comporta che, una lotta iniziata da soggetti egemoni di un determinato contesto culturale, viene introiettata nelle coscienze della maggior parte del popolo.

I contratti matrimoniali

Tornando all’Isis, questo sfruttamento delle lotte locali avviene soprattutto attraverso dei contratti matrimoniali. Non è infatti raro che diversi capi del movimento panislamico abbiano sposato figlie di capi villaggio. Matrimoni utili per legare la loro lotta non solo all’ambito religioso ma anche a quello territoriale, spostando gli equilibri nelle già presenti lotte interne. 

Probabilmente non è possibile fare un discorso religioso prescindendo dall’elemento politico. In fin dei conti anche l’Isis, emblema dei nostri giorni del totalitarismo, per sopravvivere quotidianamente deve scendere a compromessi, sacrificando nientemeno che il suo credo principale, quello della “purezza”


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