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Attualità

Perché L’inchiostro.

La razionalità è una bella cosa, ma noi siamo molto lontani da questo. Cosa guida in larga parte le nostre azioni? I mezzi di comunicazione.

È davvero incredibile se ci pensate: così tante cose partono da così poche persone. Che siano concetti, scoperte o accaduti, queste vengono poi, tramite i mezzi comunicazione, diffuse a tutti. Senza nemmeno accorgercene, i media ricoprono una parte fondamentale della nostra vita: quello di cui parliamo, quello che pensiamo, quello che conosciamo sul mondo esterno. Da questa prospettiva, il mondo dell’informazione dovrebbe ricoprire un ruolo fondamentale nella nostra quotidianità, dovrebbe essere tra le nostre priorità selezionare le migliori fonti; eppure, non ho ancora capito perché, questo non accade. Un po’ come la salute: tutti dicono che viene prima di tutto, ma in realtà è probabilmente tra le ultime cose.

Ricordo ancora la mia idea dei giornali prima di leggerne uno: si trovano solo cose false, catastrofistiche, che non servono a niente; così pensavo. Poi, mentre ascoltavo un podcast, ad un certo punto l’autore disse di essere un giornalista del giornale X. Siccome mi piacevano (e piacciono) molto i suoi contenuti, decisi di aprire il fatidico sito ed iniziare a leggere qualche articolo: incredibile, mi catturò subito. Presto capì che l’informazione doveva essere tra le priorità della mia vita, perché informarsi non solo era solo utile, ma anche bello. La cosa senza dubbio più emozionante fu – finalmente – capire nel dettaglio i fatti del giorno (di cui tutti parlavano) rifiutandosi di avere solo il titolo o la sintetica descrizione da amici e parenti.

Deciso a cambiare il mondo con la mia scoperta, iniziai a documentarmi più nello specifico sul mondo del giornalismo: quante testate c’erano, quanto erano grandi, quante copie vendevano, qual’era il loro orientamento, ecc. Presto capii che ce ne erano diverse di buone: ma poche veramente professionali ed autorevoli nel vero senso della parola, e quelle che c’erano, avevano dimensioni per lo più modeste e quindi ininfluenti nel dibattito pubblico. Scoprii anche che i giornali più autorevoli al mondo si trovano negli Stati Uniti, dove vinge una ferrea cultura sul mondo dell’informazione, anche all’interno del mondo accademico: praticamente qualsiasi College americano ha un giornale universitario, in molti casi fondati prima del nostro caro Corriere della Sera (fondato nel 1876). Eppure, noi italiani abbiamo una lunga storia con il mondo dell’informazione, la Gazzetta di Mantova è il quotidiano, tra quelli ancora in pubblicazione, più antico al mondo (fondato nel 1664).

È inaccettabile che La Sapienza, l’università più grande d’Europa, non abbia un proprio giornale universitario (o quantomeno, uno curato interamente dagli stessi studenti). Anche perché se noi universitari non siamo i primi a pretendere uno standard di informazione, per quale motivo dovrebbero farlo gli altri? Non basta essere laureati o studiare per selezionare le migliori fonti: bisogna acquisire un metodo, uno standard da pretendere.

Preso atto di questo, mi misi all’opera per provare a realizzare qualcosa che permettesse, da una parte, di sviluppare il piacere – e il dovere – di informarsi all’interno del nostro contesto accademico, e dall’altra, di portare alla luce quelle che sono le idee, i pensieri e le passioni degli studenti. Insomma, una cultura dell’informazione. Tuttavia, le cose o le fai fatte bene o non le fai: dovevo coinvolgere altri studenti attratti alla mia idea e che avessero delle abilità a me complementari.

Quando ci fu la fuga di dati nei confronti dei clienti ho.Mobile, uno studente di nome Luca Palluzzi mi mandò una catena con scritto qualcosa come “sono stati rubati i dati dei clienti ho, state attenti”; preso dal “panico” (era circa mezzanotte) lo inviai al mio gruppo Whatsapp di economia; non ero sicuro della veridicità delle informazioni perché i grandi quotidiani non ne avevano ancora parlato. La mattina seguente mi svegliai con un senso di colpa immenso: avevo inviato un messaggio di cui non avevo la certezza dell’attendibilità o meno delle informazioni presenti. Deciso ad avere spiegazioni da parte di questo «Luca», gli inviai un messaggio chiedendo se almeno lui ne fosse certo: sincero, non mi convisse appieno, però mi fece capire che non lo aveva inviato a caso, studiava informatica e ne sapeva molto più di me. Gli dissi che tra un mese lo avrei ricontattato per dirgli “una cosa”, e così feci. Gli proposi il progetto e lui accettò. Senza che sto qui ad annoiarvi troppo: ora siamo “soci” de L’inchiostro e abbiamo unito le nostre competenze per creare ciò che ora vedete: un giornale universitario. Sì esatto, giornale. Noi della redazione, per primi, vogliamo prendere sul serio quello che facciamo.

Tuttavia, Luca ed io saremmo ipocriti a prenderci il merito di tutto questo: non ce l’avremmo mai fatta senza i nostri programmatori Davide Quaranta, Andrea Stivali, Simone Argento; senza i nostri grafici Andrea Truglia e Alessio Bini; senza le nostre social media manager Tina Capobianco e Olga Kokhana; senza i primi due membri della redazione Claudia Tobia e Simone Vitale. Grazie.

L’inchiostro nasce con una importante consapevolezza: la conoscenza è come un puzzle, ognuno ha un pezzo e solo insieme possiamo completarlo.

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