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Economia

Perché in Italia gli stipendi non crescono?

Rispetto a molti altri paesi europei, i salari in Italia non sembrano vedere grandi incrementi di anno in anno come sarebbe giusto aspettarsi da un’economia in salute. Ma tralasciando la discussione che spesso avviene sull’utilità o meno di una legge sul salario minimo, a cos’è dovuta questa mancata crescita?

Negli ultimi mesi ha fatto molto scalpore un articolo di Openopolis basato su dati OCSE in cui veniva mostrato come l’Italia fosse l’unico paese europeo in cui i salari medi dal 1990 al 2020 sono diminuiti anziché aumentati. Nonostante il dato del 2020 (37.800 $ annui in media) risenta molto della situazione macroeconomica legata alla pandemia, è altrettanto innegabile che, anche prendendo i livelli salariali del 2019, i ritmi di crescita non sono entusiasmanti ma, anzi, risultano addirittura ben lontani dal picco raggiunto nel 2010 di 41.200 $.

Andamento della media annua dei salari italiani

Proprio per questo motivo, molti partiti politici hanno additato la colpa di questa mancata crescita degli stipendi alla non esistenza di una legge sul salario minimo nel nostro paese. C’è però un tassello che spesso non viene menzionato da chi fa affermazioni come questa: una legge sul salario minimo può rappresentare una possibile soluzione a questo problema, ma non ne è una causa. Se l’unico motivo della mancata crescita dei salari italiani fosse dovuto all’assenza di una legge sul salario minimo, non avremmo paesi senza tali leggi, e con mercati del lavoro molto flessibili, in cui i salari crescono a ritmi molto elevati come invece accade.

Ma allora, se non possiamo dare esclusivamente la colpa di tutto ciò all’assenza di tale legge, a cosa è dovuta la mancata crescita dei salari in Italia? Approssimando, tutto ciò può essere ricondotto ad un’unica parola: produttività.

Prendendo la definizione data dall’ISTAT, la produttività è comunemente definita come il rapporto tra il volume dell’output prodotto e il volume degli input necessari per produrre quest’output. Misura l’efficienza di come i fattori, tra cui anche il lavoro, sono impiegati nel processo di produzione per produrre un determinato livello di output. La produttività è considerata un indicatore chiave di crescita economica e competitività, anche ai fini della valutazione della performance economica nei confronti internazionali.

Tra le varie misure di produttività, quella su cui ci focalizziamo oggi è la produttività del lavoro, data dal rapporto tra valore aggiunto e ore lavorate. Naturalmente, maggiore è la produttività del lavoro e più un paese è competitivo rispetto agli altri. Se si prendono 2 paesi con un uguale livello degli stipendi, le imprese del paese con produttività maggiore beneficeranno di un minor costo del lavoro, in quanto a parità di costo del personale riusciranno ad avere una produzione maggiore e, quindi, le imprese di quel paese saranno più competitive e potranno praticare prezzi più bassi dei concorrenti dati i minori costi.

Per un paese è importante che gli indicatori di competitività crescano di anno in anno. Se così non fosse, potrebbe essere difficile per le imprese aumentare gli stipendi perché sosterrebbero costi più elevati senza benefici e, nel caso lo facessero comunque, gli ulteriori costi dei salari verrebbero scaricati sui prezzi di vendita causando inflazione.

Ci sono diversi fattori che favoriscono la crescita della produttività e questo articolo non vuole essere un’accusa ai lavoratori italiani di essere “poco produttivi”. Infatti, altri importanti fattori che favoriscono la crescita della produttività sono gli investimenti e l’innovazione tecnologica. Ad esempio, un’azienda che investe e innova il suo processo produttivo aumenta anche la produttività dei suoi dipendenti, facendo aumentare l’output a parità di ore lavorative del suo personale. A sua volta, la diffusione dell’innovazione e della crescita della produttività può essere dovuta a molti fattori che possono travalicare non solo i lavoratori, ma anche le imprese stesse e possono essere dovuti a: eccessiva burocrazia, mancanza di politiche attive volte a favorire l’innovazione, incapacità manageriale e molto altro.

Ma in Italia, come ce la caviamo in termini di crescita della produttività? Abbastanza male!

Nell’intero periodo dal 1995 al 2020, la produttività del lavoro in Italia è cresciuta dello 0,4%, contro il +1,2% del resto dell’UE. Allo stesso modo, anche prendendo il solo 2019, questo valore è risultato di molto inferiore alla media europea, come facilmente visibile nella figura seguente. Si tratta dell’ultimo dato “affidabile” disponibile, in quanto non condizionato da eventi esterni come la pandemia di COVID-19.

Infatti, prendendo i valori di crescita della produttività del 2020, otteniamo un risultato ben diverso. Nell’anno precedente l’Italia ha assistito ad un tasso di crescita della produttività del +1,3%, contro una contrazione del -0,1% del resto dei paesi dell’Unione Europea. Sembrerebbe, quindi, che siamo tornati sulla retta via ad una prima occhiata e che il problema sembra essere risolto. Purtroppo, però, il dato del 2020 è stato condizionato dalla pandemia di COVID-19. Infatti, la crescita di questo indicatore è dovuta non tanto ad un aumento di produttività, ma ad un decremento delle ore lavorate (-1,3%) maggiore rispetto al decremento di valore aggiunto del lavoro (-0,8%) (per valore aggiunto si intende la differenza fra il valore della produzione di beni e servizi e i costi sostenuti per i salari). In pratica, non abbiamo aumentato la nostra produttività, ma quest’ultima è semplicemente peggiorata in modo minore rispetto al decremento di ore lavorate per via della pandemia.

Dati questi valori di produttività, quindi, le nostre imprese producono meno a parità di ore lavorate rispetto all’estero e, sempre a parità di costo del lavoro, l’output prodotto è minore. In un mercato unico come quello europeo, per poter competere e mantenere gli stessi prezzi delle imprese estere, le aziende italiane devono avere meno costi (in quanto meno produttive) e quindi pagano meno i loro dipendenti.

In pratica, nonostante la minore produttività, le nostre imprese non hanno perso molta competitività con l’estero perché si è verificata una riduzione dei salari anziché un aumento della produttività del lavoro.

Indicatori di competitività di alcuni paesi europei a confronto

Da queste considerazioni in poi si potrebbe aprire un dibattito enorme sulle possibili soluzioni a tale problema, ed è qui che si inserisce la tanto discussa legge sul salario minimo. Chi la vuole afferma che tale legge porterà ad una crescita dei salari, che a sua volta genererà più consumi, più PIL e più occupazione. Chi è contro ritiene che inserendo una legge del genere si scoraggeranno le imprese ad assumere altra gente dato l’eccessivo costo del lavoro che dovrebbero sopportare. In pratica, se un’impresa paga un lavoratore 50 e lo stato gli impone di dargli 100, quell’impresa il lavoratore non lo assumerà proprio, non facendo accadere tutti gli effetti positivi sui consumi menzionati precedentemente. Insomma, l’economia non è una scienza certa e il dibattito può andare avanti all’infinito…

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