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Parliamo di business, Business Analytics e Data Science con Davide Cervellin

La Redazione de L’inchiostro ha intervistato Davide Cervellin, Chief Data & Insurance Officer di Telepass, nonché advisor di diverse startup ed autore del libro “Office of Cards” e dell’omonimo podcast.

Partendo da sinistra: Luca Palluzzi, Davide Cervellin, Claudia tobia, Gioia Perna

La Redazione de L’inchiostro ha intervistato Davide Cervellin, Chief Data & Insurance Officer presso Telepass, autore del libro “Office of Cards” e dell’omonimo podcast. Con Davide abbiamo parlato di cosa si occupano due figure professionali che conosce bene (e in grande ascesa), come il Business Analyst e il Data Scientist; del suo metodo per ridurre al minimo la componente irrazionale quando si prendono decisioni e di come a suo avviso evolverà il mondo dei dati.


Partendo dall’inizio, te Davide sei partito con il podcast (su Forbes) ad inizio pandemia giusto? Com’è avvenuto il contatto?
«Su Forbes più o meno sì, mi hanno contattato loro verso febbraio. È stato networking; mi hanno presentato un giornalista per una questione attinente Telepass e, nel momento in cui mi ha chiesto di parlargli di me, gli ho spiegato che ho fatto anche un libro e un podcast. A lui è sembrata un’ottima idea e così mi ha messo in contatto con un ragazzo di Forbes, Matteo se non ricordo male, che mi ha detto: “ti dispiace le lo pubblico su Forbes?”».

Qual è il target del tuo pubblico? Da un parte, viene da pensare che i podcast sono più conosciuti tra i giovani, mentre, dall’altra, la tua pagina Facebook è formata da persone più adulte, corretto?
«Quando sono partito con il podcast, l’ho fatto con un assunto fortemente sbagliato, pensando: “i miei contenuti possono aiutare i giovani”. Questo è senz’altro vero, ma ho ignorato totalmente che ci sono molte persone, con già 10 o 15 anni di carriera alle spalle, che si trovano di fronte ad un vicolo cieco o ad un’importante scelta di carattere professionale che non sanno come prendere. Proprio questa settimana ho fatto una sessione di coaching ad un ragazzo che ho conosciuto nel 2013, che si trovava a scegliere tra due aziende molte diverse tra loro».

Quale può essere un consiglio verso quello studente che si approccia al mondo del lavoro? Ipotizzando che abbia appena terminato i suoi studi, crede di aver capito quale sia la sua strada, ma ha bisogno di una certezza.
«Mi sentirei di dare due consigli: il primo è quello privilegiare lavori e/o contesti in cui si impara. Tra un lavoro che paga 25mila euro l’anno ma si impara molto, e un lavoro che paga 30mila euro l’anno ma si impara poco, consiglio di scegliere quello da 25. Questo perché? Perché così facendo, a trent’anni si potrebbe guadagnare 80; se invece si sceglie quello da 30, a trent’anni si potrebbe guadagnare 33. Quindi, in primis, consiglio una visione di lungo periodo.
Il secondo consiglio è quello di chiedere cosa effettivamente fanno le persone che già svolgono il lavoro che pensiamo ci possa piacere. Questo perché quando inoltriamo il curriculum tendiamo a notare solo gli aspetti più positivi del lavoro che eventualmente andremo a fare, ignorando totalmente i lati negativi.
Il punto è: vuoi fare l’astronauta perché lo hai visto in televisione, o perché hai parlato con degli astronauti e tutte le parole che ti hanno detto ti hanno convinto? Personalmente, quando scelgo una nuova azienda o un nuovo lavoro, tendo a focalizzarmi sui contro, perché i pro li sto vedendo già, non ho bisogno d’aiuto».

Partendo da sinistra: Luca Palluzzi, Davide Cervellin, Alessandro Scicluna

C’è una parte della tua vita lavorativa in cui hai erroneamente calcolato i pro e i contro? Magari pensando al Davide già in carriera, e non a quello alle prime armi.
«Certo, anzi, ci sono due errori che ho fatto all’interno della stessa scelta. Una decisione che sicuramente ho fatto in modo troppo avventato è stata quella di lasciare PayPal. Questo perché si era creata una situazione che avrei potuto sfruttare meglio, in quanto sia il mio capo che il suo capo avevano lasciato l’azienda. Mi era stata data una grande visibilità interna, in un’azienda che stava crescendo molto velocemente. Tuttavia, quelle opportunità di carriera, per essere sfruttate al meglio, avrebbero richiesto un trasferimento permanente in California (sede centrale di PayPal); che però non ho voluto fare per questioni legate alle famiglia. In risposta a questo, ho pensato comunque di voler fare una mossa verso l’headquarter, in quanto ti permette maggior opportunità di azione, andando a scegliere l’unica azienda tecnologica con sede centrale in Europa invece che in California: Booking.
L’errore che ho fatto non è stato tanto Booking, quanto piuttosto l’Olanda: ho sostanzialmente dato per scontato che mi sarebbe piaciuto vivere ad Amsterdam, informandomi tra l’altro, da persone che in Olanda ci vivono! È scontato che chi ci abiti da tempo pensi sia un ottimo luogo in cui vivere e lavorare, dove i pro necessariamente superano i contro. Per analizzare in modo razionale la situazione, avrei dovuto parlare anche con persone che dall’Olanda se ne sono andate: sono caduto nel “selection bias”».

Andando invece a parlare di due mestieri che conosci bene, ci potresti spiegare di cosa si occupano, nella pratica, un Business Analyst e un Data Scientist?
«Innanzitutto è bene precisare che, parlando di lavori “nuovi” e versatili, le definizioni sono spesso soggettive; quando pertanto qualcuno afferma di fare il Business Analyst o il Data Scientist, se vuoi essere sicuro di cosa fa, chiedigli sempre la (sua) definizione. Detto questo, il Business Analyst è quella figura che estrae numeri da un database e li analizza per cercare dei patter, cioè per descrivere un fenomeno che è avvenuto nel passato.
Supponiamo di avere un negozio di scarpe, e di voler capire quali scarpe ordinare per la prossima stagione: possiamo andare a caso, basandoci sui “trent’anni d’esperienza del proprietario”, oppure, analizzare cosa effettivamente comprano i clienti (tramite i dati). L’analista prede quindi l’estratto delle vendite ed inizia, filtrandole per marca, numero di scarpa, ecc., a portare una proposta decisionale. Il concetto di base è aiutare l’azienda a rendere meno incerto il futuro, perché basandosi sui dati del passato si riesce meglio prendere delle decisioni sulla base di un modello di riferimento.
Il Data Scientist aggiunge invece delle competenze che sono o tecniche (di programmazione) o statistiche (soprattutto quest’ultime). Volendo fare un paragone, è come se l’analista avesse il cacciavite e il Data Scientist anche il trapano. Puoi fare un boco con il cacciavite? Sì, ma esce così e così. Il Data Scientist è inoltre capace di sviluppare modelli predittivi. Mentre quindi il Business Analyst prende dati che già ci sono, li analizza, e da lì prende decisioni; il Data Scientist è invece capace di lavorare anche con dataset parziali; realizzare modelli in tempo reale ed algoritmi che si adattano nel tempo. Tuttavia, è bene precisare che entrambe queste figure convivono all’interno dell’azienda, perché risolvono problemi diversi».

Quali sono le caratteristiche che non possono mancare in queste figure? Nello specifico, parlando del tuo ex ruolo, ovvero quello di Business Analyst.
«Quello che sicuramente non può mancare, e che determina a mio avviso il successo di entrambe le figure, è la curiosità e la capacità di fare le domande giuste. Personalmente, in fase di assunzione, tendo a dare la minima enfasi alle competenze tecniche; questo perché, soprattutto per quanto riguarda la curiosità, stiamo parlando di un’abilità che è difficile da insegnare. Quando dovevo approdare per la prima volta a questo mestiere, non sapevo minimamente estrarre dati da un database (tramite linguaggio SQL); quello che invece avevo, erano le altre caratteristiche. Sono stato fortunato a trovare un’azienda che ha scommesso su di me: dopo due mesi ero già autonomo nell’estrazione di dati non overcomplessi dal database».

In un episodio del tuo podcast hai affermato che queste professioni, rispetto ad altre, consentono fin da subito di relazionarsi con altre molto più senior. Quanto è vero questo assunto?
«Assolutamente. Al primo lavoro che ho avuto in eBay sedevo già di fronte al Country Manager, mentre ai lati avevo il direttore finanziario (CFO) e il mio capo. Stiamo parlando di una grande contaminazione».

Cosa pensi del mondo dei dati da qui ai prossimi anni?
«I dati sono il presente e saranno anche il futuro, ma essere “mosca bianca” in questo mondo oggi è sempre più difficile, perché ci sono tante “mosche”. Io sono stato fortunato perché ho iniziato quando eravamo ancora in pochi. Oggi secondo me, quello che i dati sono stati 10 anni fa, è il mondo della blockchain».

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