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Nomadland: l’America che il cinema aveva dimenticato

La storia di una donna in lutto, per una vita che le è stata strappata via. La strada le offrirà una seconda occasione.

Nomadland è un film diretto e co-prodotto da Chloé Zhao, tratto dal libro della giornalista del New York Times Jessica Bruder “Nomadland – Un racconto d’inchiesta”, che ha come protagonista l’attrice Frances McDormand, già due volte vincitrice del premio Oscar come migliore attrice. Negli ultimi mesi il lungometraggio ha fatto parlare molto di sé, principalmente perché ha dominato, con tre statuette vinte, la notte degli Oscar 2021: è stato difatti premiato con l’Oscar per il miglior film, per la miglior regia e per la miglior attrice.

Nomadland parla di Fern (Frances McDormand), un’anziana donna che ha visto la propria vita esserle strappata via. Viveva una vita relativamente felice ad Empire, Nevada, una di quelle piccole città americane costruite intorno all’industria. In seguito al crollo della domanda di cartongesso, la sua amata città crollò letteralmente con essa, facendo perdere il lavoro a lei e suo marito. Come se ciò non bastasse, poco tempo dopo, quest’ultimo viene a mancare, lasciandola completamente sola e soprattutto senza una casa. Fern, però, non si lascia abbattere e trova lavoro come dipendente stagionale in un centro Amazon, iniziando a vivere nel suo furgone. Un’amica e collega, di nome Linda, invita Fern a visitare un raduno invernale nel deserto in Arizona organizzato da Bob Wells, che fornisce un sistema di supporto e una comunità per i compagni nomadi. Fern inizialmente rifiuta l’offerta, ma cambia ben presto idea quando la sorte non giocherà in suo favore.

Al raduno dei senza tetto Fern incontra altri nomadi e impara le abilità di base per la sopravvivenza e l’autosufficienza sulla strada. Lega molto con Swankie, la quale le parla della sua malattia e del suo piano che prevede di costruire nuovi ricordi sulla strada piuttosto che sprecare il poco tempo a sua disposizione in ospedale.

Fern in seguito, incontra David, un altro nomade, assieme al quale si ritrova a lavorare in un ristorante locale. Una notte, il figlio adulto di David, visita il ristorante in cerca di suo padre per informarlo della gravidanza di sua moglie, offrendogli poi l’opportunità di incontrare suo nipote. David è titubante, ma Fern lo incoraggia ad andare. L’uomo invita la donna ad accompagnarlo, ma lei rifiuta. Poco tempo dopo il furgone di Fern si rompe e, non potendo permettersi i costi per le riparazioni, si ritroverà a far visita a sua sorella per chiederle un prestito.

Nel finale Fern ritorna nella città abbandonata di Empire per visitare la fabbrica e la casa che condivideva con suo marito prima di ritornare di nuovo sulla strada.

La protagonista è senza alcuna ombra di dubbio il centro indimenticabile del magistrale Nomadland, un film che trova poesia nella storia di una donna che, solo all’apparenza, sembra una donna comune, senza alcuna peculiarità. Il film è emozionante e onirico ad intermittenza, sia nel modo in cui la fotografia cattura la bellezza del paesaggio sia per come racconta la storia di una donna e di uno stile di vita abbastanza lontani da ciò che normalmente si vede al cinema. Nomadland, infatti, porta all’attenzione i volti scavati dalla stanchezza degli umili protagonisti, i quali non sono nient’altro che delle ombre di un cuore spezzato: i loro visi esprimono però una grande forza di volontà e speranza, volti di chi sceglie o è costretto a vivere una vita da reietto divenendo, agli occhi di coloro che si compiacciono in un’esistenza “tradizionale”, dei semplici fantasmi.

Film come questi sono possibili solo se l’attrice che incarna la visione del regista sullo schermo è una donna ammaliante come McDormand: elementi che vanno dalla sua avversione al dolore alla forza interiore, diventano il fulcro di un film memorabile. Fern non vuole essere riscattata o salvata, né vuole sentirsi compatita, Zhao stessa non ha spinto affinchè lo spettatore potesse sentirsi in dispiacere per lei, ma ha provato in tutti i modi a renderla una donna forte che ama la vita nonostante le ingiustizie che ha dovuto sopportare; la regista, nonostante ciò, non si dimentica di ricordare la situazione difficile della donna.

In sostanza, Chloé Zhao carica un peso di notevoli dimensioni sulle spalle dell’attrice premio Oscar, avvalendosi della sua forte espressività. Il risultato è un film carico di emozioni, le quali vengono trasmesse dallo schermo allo spettatore e che scaturiscono più di ogni altra cosa da un’empatia pura e sincera. Un’attrice diversa da Frances McDormand non avrebbe regalato le stesse emozioni: lo spettatore viene catapultato in questo stile di vita da nomade attraverso la sua performance, una delle più sottili e raffinate della sua carriera.

Fern è una donna straordinariamente complessa e dolce, me è anche una donna che può essere irrequieta ed irrazionale ad un livello tale da arrivare all’autodistruzione. Fa amicizia ovunque vada, proprio perché le persone vedono la bontà della sua anima. McDormand, con uno sguardo che trasuda speranza o un sorriso pregno di voglia di sentirsi nuovamente viva, pronta a superare e a riscoprire sé stessa, riesce a regalare agli spettatori quello che altre attrici non avrebbero trasmesso con un intero monologo. Zhao sfrutta le capacità dell’attrice e le abbina con le proprie capacità tecniche, si riconferma infatti capace come regista sceneggiatrice e montatrice di film come aveva già dimostrato con il film The Rider.
Zhao è capace poi di allargare il proprio sguardo e di vedere il mondo che la circonda. Si riunisce infatti nella realizzazione del film con Joshua James Richards, direttore della fotografia, vale a dire l’artefice della bellezza dei paesaggi e delle loro luci.

La bellezza della fotografia permette una riconnessione ai grandi spazi: il film prende le foto del paese, le ingloba nella narrazione e le rende parte del racconto. Il viaggio di Fern la porta ad esplorare gli Stati Uniti e Zhao e Richards fanno leva sulla maestosità del mondo che la circonda con lunghi scatti dell’orizzonte, la maggior parte dei quali sembra scattata durante la “golden hour”. La maggior parte delle persone che si incontrano lungo la strada, durante la visione di Nomadland, non sono attori, ma persone che vivono veramente da nomadi moderni: detriti umani devastati dall’economia. È questo che rende i dialoghi naturali e facilita l’immedesimazione nelle loro vite.

La faccia nascosta del sogno americano

Il lungometraggio ci mostra l’altra faccia del sogno americano, questi nomadi raccontano la loro storia ricolma di sogni d’amore per la vita, desiderosi di viaggiare per il paese, condividendo le loro esperienze e si aiutandosi tra di loro, scambiandosi consigli su come vivere un’esistenza migliore sulla strada, cosa che raramente si può osservare tra i vicini che abitano case tradizionali.

Nomadland diventa più di un semplice racconto fittizio di una donna carismatica, in quanto ci ricorda quante persone sono là fuori con storie da raccontare e sogni che non verranno mai realizzati. Eppure, non sprofonda mai nel mero dolore o nella miseria. Certo, il dolore c’è sempre, ma è servito solo come contorno, non certo come portata principale. Lo vediamo quando McDormand sorride nel sentire qualcun altro parlare della persona amata che ha perduto troppo presto, oppure quando guardando le foto ripensa a suo marito, a quello che hanno vissuto e di quanti problemi hanno superato. Quindi il film riguarda soprattutto la storia di tanti americani che, al giorno d’oggi, si sentono persi, incerti su cosa fare con le loro vite o su cosa il domani porterà loro.

Nomadland lancia un messaggio ben chiaro: la bellezza è nelle cose più semplici. Dal sorriso di un amico ad un tuffo in un fiume, da un gesto gentile di uno sconosciuto all’aiuto dato ad un estraneo. Sottolinea come non bisogna mai arrendersi, ma restare uniti con persone che hanno provato le nostre stesse emozioni e sconfitte, persone che non hanno paura di continuare a vivere a testa alta con dignità. Forse, non tutti siamo in grado di relazionarci direttamente con le lotte di Fern, ma tutti possiamo sentire quel senso di disagio e incertezza.

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