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Moda ecosostenibile, utopia o realtà?

Oggigiorno il fast fashion è decisamente in voga, si tratta di una realtà con cui conviviamo giornalmente. È contrastabile?

Manifestazione del Fridays for Future del 2019

Il fast fashion – letteralmente ” moda istantanea” – è quel fenomeno socio-ambientale oramai diffuso nella stragrande maggioranza dei paesi, il cui prospetto principale è una produzione dal costo minimo e nel minor tempo possibile. Il risultato è un ingente quantità di merce accessibile ad un vasto pubblico, a basso prezzo e di scarsa qualità. Come è possibile?
Dal momento che i vestiti sono un bene primario, i grandi rivenditori (H&M, Zara, Primark, Benetton, Zaful e Shein) mirano a rendere questi prodotti il più possibile economici agli occhi dell’acquirente grazie alla rapida produzione di nuovi capi di tendenza e affinché il consumatore senta la necessità e la possibilità di comprarne di nuovi.
Nonostante il livello di produttività e marketing sia eccellente, i più noti marchi spesso ignorano totalmente le questioni etiche ed ecologiche, arrivando a sfruttare lavoratori miseramente retribuiti e ad adottare metodi particolarmente inquinanti in termini di lavorazione e materiali per la produzione dei capi di abbigliamento.

Secondo una ricerca di Global Fashion Agenda, l’industria dell’abbigliamento genera emissioni di anidride carbonica pari a due miliardi e cento milioni di tonnellate l’anno – più dell’intero traffico aereo e marittimo mondiale – oltre che il 20% delle acque reflue globali. Si pensi, per di più, che per produrre un unico paio di jeans è necessario l’utilizzo di ben 3.800 litri di acqua e 18.3 km/h di energia elettrica.
Inoltre, secondo quanto riporta l’articolo del New York TimesHow Fast Fashion Is Destroying the Planet“, i tessuti economici utilizzati da questi brand sono composti per più del 60% da fibre sintetiche derivate da combustibili fossili o in poliestere: ciò vorrà dire che questi vestiti, non solo sono inquinanti in termini di produzione, ma anche di decomposizione. Queste fibre sintetiche rilasciano sostanze tossiche che sono giornalmente a contatto con la nostra pelle o vengono liberate nell’ambiente ad ogni lavaggio.
L’industria tessile, come se non bastasse, è fra le prime ad aver incurantemente calpestato i diritti umani: l’80% dei lavoratori sono donne e bambini, i quali vengono forzati a faticare senza sosta negli “sweatshops“, luoghi di lavoro in rovina e pericolosi.
Essi svolgono lavori impegnativi, faticosi e sottopagati per almeno 12 ore al giorno, affinché si possa rispondere alle esigenti domande dei consumatori.
Uno dei molteplici e spiacevoli esempi di condizioni di lavoro disumane in luoghi insalubri e pericolanti è ambientato a Savar, in Bangladesh. Nel 2013 infatti crollò una fabbrica adibita alla produzione di capi per i grandi marchi del fast fashion, portando con sé la vita di più di mille persone.

Come nel nostro piccolo potremmo metter fine a tutto questo?

La risposta è semplice: con lo Slow Fashion.
Secondo l’enciclopedia Treccani: Locuzione coniata da Kate Fletcher nel 2007 applicando al settore moda le suggestioni del movimento slow food di Carlo Petrini, con l’idea di difendere le buone pratiche che intendono porsi come controproposta e antidoto, se non proprio in aperta opposizione, alle derive della produzione industriale. Slow fashion ha anche una sua precisa collocazione in opposizione a fast fashion, cioè a quel sistema produttivo e culturale che è nato dalla crisi del prêt-à-porter e dai processi di globalizzazione della moda. In entrambe le accezioni slow fashion, cioè la «moda lenta», si riferisce a pratiche di ideazione, produzione e consumo di moda che si pongono in alternativa ai sistemi dominanti. Tuttavia, nel primo caso, come trasposizione da slow food, è più evidente e immediato il collegamento con il fenomeno che va sotto la denominazione seppure ampia di moda etica e moda sostenibile, mentre nel secondo caso si riferisce più genericamente a modalità di tipo artigianale, e in piccole quantità, di produzione di capi di moda e accessori”.

Loslow fashion quindi offre un’alternativa etica e di miglior fattura, seppur più costosa, rispetto alla sua controparte. Vi sono state, in aggiunta, innumerevoli campagne di sensibilizzazione da parte di grandi stilisti – fra cui Stella McCartney, Gabriella Hearst e Gilberto Calzolari – e da importanti produttori cinematografici come Livia Giuggioli. Quest’ultima difatti promuove, con lo slogan “green is the new black”, l’iniziativa “Eco-Age”, che ha visto celebrità optare per abiti vintage o riciclati durante grandi eventi come il Red Carpet.
Numerosi sono inoltre brand che hanno aderito a questa iniziativa green, fra cui troviamo Pixie Mood, Matt & Natt, Della, Linenfox, Arturo Obergero; Blue of a Kind…
Attenzione però al “green washing”!
Molte aziende, purtroppo, si autoproclamano produttori ecosostenibili nonostante svolgano processi di produzione ed adottino politiche lungi dalla filosofia dello slow fashion.
Per evitare spiacevoli acquisti ed essere certi della produzione etica e ecologica, basta ricorrere al controllo delle certificazioni di sostenibilità.
Fra le più note ricordiamo:

  • OEKO-TEX®, certificazione che identifica l’uso di tessuti sicuri per uomo e ambiente.
  • GOTS (Global Organic Textile Standard), per l’uso di tessuti in fibre naturali (cotone, lino, canapa, lana…).
  • SA8000 (social Accountability), identifica lo standard internazionale redatto dal CEPAA e certifica il rispetto di diritti umani e dei lavoratori, la tutela contro lo sfruttamento minorile e garantisce la sicurezza e la salubrità sui posti di lavoro.
  • PET (People for the Ethical Threatment of Animals) e Fur Free, contro l’utilizzo di materiali di origine animale.
  • FSC (Forest Stewardship Council), certifica l’acquisto di prodotti da albereti coltivati in modo sostenibile.
  • Equo Garantito, promuove il commercio equo solidale in Italia.

Oltre alla scelta di brand sostenibili vi è un’altra valida soluzione: si tratta dell’acquisto di capi di seconda mano e vintage. Il vintage si distingue dal “second-hand” per il periodo in cui è stato in circolo, solitamente superiore ai 15-20 anni.
Entrambe le categorie menzionate possono essere acquistate in mercatini dell’usato, di antiquariato, fiere (es. Vintage Kilo Sale) o negozi di abbigliamento vintage online o fisici, sempre più frequenti in tutte le città italiane. Sono svariate inoltre le app che si occupano di fornire servizi in grado di vendere o scambiare capi usati o vintage, fra questi ricordiamo:

  • Greenchic, ex “Armadioverde”. Basta spedire vestiti che non usiamo più, ottenendo così “stelline” a seconda del valore e delle condizioni del capo. Le Stelline danno la possibilità di acquistare i prodotti e i capi di abbigliamento (che offre Greenchic) che più ci piacciono.
  • Depop, vero e proprio marketplace, offre la possibilità di vendere ed acquistare capi provenienti da tutto il mondo.
  • Vinted, simile a Depop ma senza commissioni.
  • Vestiaire Collective, focalizzato principalmente sulla vendita e l’acquisto di articoli di moda di lusso autenticati.

Avendo ora conoscenza della opzioni a nostra disposizione, saresti ancora disposto a comprare fast fashion?

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