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L’inaspettato successo del Post

Il Post di Luca Sofri è uno dei giornali che è più cresciuto nel 2020, ma ha un modello di business piuttosto particolare

Era il 19 aprile 2010 quando andò online il primo articolo del Post, un giornale online fondato e diretto da Luca Sofri, giornalista con un’esperienza che va dal mondo della televisione a quello della carta stampata. Come racconta allora Sofri su La Stampa: “È un progetto con molte complicità: devo l’idea a Giovanni de Mauro, direttore di Internazionale, il nome a Christian Rocca (attuale direttore de Linkiesta)”.

Il giornale viene considerato tra i più autorevoli nel panorama italiano e nasce «per metà aggregatore e per metà editore di blog» delle più importanti notizie provenienti dalla stampa nazionale e internazionale, rivisitate in modo più chiaro e comprensibile, attingendo da svariate fonti per la produzione di un singolo articolo. Molto importante all’interno della testata è Wittgenstein, il blog personale del suo direttore Sofri, nato nove anni prima della testata e che può essere considerato come “un Post in miniatura, prima del Post“. Sofri stesso nel primo articolo della testata definisce il progetto come: “un Wittgenstein, ma di più. Più storie, più link, più idee, più blog”.

I numeri

Secondo quanto riportato dal Post stesso, il suo 2020 si è chiuso con un attivo di 400 mila euro, un risultato decisamente controcorrente rispetto alla crisi che sta vivendo il mondo dell’informazione, dovuta soprattutto dall’abbassamento dei ricavi pubblicitari e alla riduzione delle vendite cartacee. Sempre nell’articolo, la redazione dichiara:

“le cose che il Post ha fatto nel 2020 sono straordinariamente di più di quelle che era in grado di fare negli anni precedenti, e stiamo lavorando perché diventino ancora di più, se questa complice partecipazione prosegue e cresce. E questo – capirete – è un invito per chi non si è ancora abbonato, e per chi lo ha fatto e lo rifarà. Grazie.”

Non potevano che definire «complice partecipazione» il ruolo dei lettori nel giornale, perché proprio qui si pone una delle caratteristiche più particolari del progetto, ispirata al collega britannico The Guardian: la possibilità di leggere il giornale gratuitamente per tutti, senza restrizioni. Chi si abbona non riceva molto in cambio – se non newsletters, il sito senza pubblicità e il podcast quotidiano di Matteo Bordone –, a parte la possibilità, come direbbe la redazione del Post, di dire: “tutto questo è anche merito mio”.

Il modello di business

La notizia più interessante su questo modello di business arriva nientemeno che dal vicedirettore del Post, Francesco Costa, che nella sua ultima newsletter sulla politica statunitense, Da Costa a Costa, ha proposto un format ormai consueto sul web: il suo resoconto economico dell’anno. Premettendo che come lui stesso afferma nell’intervista fattagli da Valerio Bassan, nella sua newsletter settimanale sul mondo dell’informazione Ellissi, si ritiene piuttosto diffidente su questo modello di business, nonostante gli ottimi risultati raggiunti. Ha infatti ricevuto donazioni complessive per 107.277,44 euro, al netto delle commissioni di PayPal, con un totale di 3.481 donazioni una tantum e 945 ricorrenti, per una media di 5 euro al mese (su circa 50 mila persone iscritte alla newsletter). Numeri importanti visto che, come spiega sempre l’intervistato: “con questo modello di ricavo generalmente ci si ritiene soddisfatti con un tasso di abbonati/donazioni dell’uno per cento”.

La diffidenza di Costa deriva dal considerare Da Costa a Costa come «un piccolo e unico caso nel panorama giornalistico italiano», dunque non facilmente replicabile, soprattutto per un pubblico, come quello italiano, «troppo poco abituato a pagare» dichiara.


Ma non è solo sul modello di business che il caso del Post sorprende, perché a farlo sono anche gli stessi contenuti pubblicati, lo standard qualitativo e il numero di articoli. Il clickbait è sostanzialmente inesistente, gli articoli sono pochi, lunghi e approfonditi, le tematiche trattate hanno uno sguardo sostanzialmente internazionale.
Decisamente controcorrente rispetto all’attuale tendenza di cercare più click possibili, mediante la produzione di contenuti più corti e accattivanti. Ma nonostante ciò, sempre nel report annuale, viene riportato che il giornale è ormai stabile sul milione di pagine visitate al giorno.

L’opinione del direttore

Se poi si va addirittura a riprendere un’intervista fatta al direttore della testata online, nel settembre del 2015, alla domanda riguardo una modifica fatta dal Guardian sul proprio modello di business (che permetteva sempre a tutti di leggere gratuitamente gli articoli, ma con dei servizi aggiuntivi destinati agli abbonati), Sofri risponde:

“sono convinto che il sistema del coinvolgimento dei lettori del tipo «dateci una mano» sia un pochino così, avventuristico, e non dia molte garanzie. Magari riscuote un po’ di solidarietà in una prima fase ma poi è difficile mantenerla; le due cose insieme sembrano invece interessanti”.

Una risposta che in fin dei conti Sofri ha mantenuto ed applicato fino ad oggi con l’introduzione degli abbonamenti nel 2019 ma non dando mai veramente qualcosa in più agli abbonati. Il Post stesso, con grande trasparenza, ammette che il grande aumento degli abbonati è scaturito principalmente da due fattori: la crisi pandemica e la sua newsletter Charlie. La crisi pandemica perché, in una situazione dove l’informazione era vitale, la chiarezza ed attendibilità del giornale si è rilevata un fattore chiave; la newsletter Charlie – adibita allo spiegare il mondo dell’informazione dall’interno e la crisi che sta vivendo – invece perché, oltre a riscuotere grande solidarietà verso il mondo dell’informazione, ha permesso una grande fidelizzazione dei lettori verso la testata, evidenziando la sua maggiore attendibilità e prudenza nella pubblicazione delle notizie rispetto alla concorrenza.

Ed ora?

Fino al 12 maggio, era ragionevole considerare come principale “problema” per la testata il mantenimento degli abbonati: tutta la redazione era ed è consapevole che, senza un “reale” servizio verso gli abbonati, questi potrebbero non essere. Poco meno di un anno fa la redazione ha mandato una mail a tutti gli utenti iscritti alla newsletters Konrad, chiedendo inizialmente dei pareri ai lettori sulla qualità e la soddisfazione del prodotto che stavano ricevendo, mentre, in seguito, hanno posto domande più generali sul Post come: “quali sezioni leggi di più?”, “quali servizi ti piacerebbe ricevere in quanto abbonato?”, “quali servizi ti farebbero abbonare?”, ecc. Tra le opzioni, si parlava anche di un’app del giornale, di podcast e newsletter aggiuntive.

Il 13 maggio il giornale ha inaugurato un nuovo servizio, inizialmente gratuito, ma solo «per qualche mese, dopo l’estate diventerà parte dell’offerta per le persone abbonate». Si tratta di Morning, il nuovo podcast del Post. Morning è una rassegna stampa che esce dal lunedì al venerdì, poco prima delle 8 del mattino, condotta dal vicedirettore del giornale Francesco Costa. Ogni episodio ha una durata di circa 20 minuti.
È verosimile pensare che il nuovo podcast sia per la testata l’inizio di una serie di servizi aggiuntivi che verranno concessi, ad abbonati e non.

Tuttavia, il successo del progetto continua a rimanere un mistero, visto che si sta comunque parlando di un giornale di piccole dimensione, che però riesce a fare numeri importanti e in contrapposizione alle maggiori testate (il traffico dell’Huffington post a dicembre è calato del 24,5% rispetto al mese precedente, mentre quello del Post è cresciuto del 2,3%). Chi lo sa, forse, la risposta alla domanda “perché il Post ha tutto questo successo?”, sembrano non averla trovata nemmeno al Post.

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