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Economia

L’imposta di successione è una buona idea?

Il segretario del PD Enrico Letta nelle ultime settimane ha portato al centro del dibattito pubblico il tema. Com’è messa l’Italia al momento?

Nelle ultime settimane le parole del segretario del Partito Democratico Enrico Letta sull’imposta di successione sono state al centro del dibattito politico italiano, scatenando non pochi contrari. A dire “no” sono stati sia al Governo, sia il centrodestra: il premier Draghi ha affermato che «non è il momento di prendere i soldi ai cittadini ma di darli», mentre Lega, FI e FdI non hanno gradito una proposta che aumenti della tassazione. Da quanto emerge dagli ultimi sondaggi politici elettorali elaborati da Swg per il Tg La7, aggiornati al 31 maggio 2021, il PD e il M5S hanno perso rispettivamente lo 0,5 e lo 0,7 per cento nei consensi, mentre Lega e FdI guadagnano in ordine lo 0,4 e 0,5 per cento.

La proposta del segretario del PD era di consegnare una “dote” di 10mila euro alla metà meno abbiente dei 18enni italiani, ogni anno, per finanziare spese che vanno dalla formazione e all’istruzione, alla casa e l’affitto oppure per l’avvio di una nuova impresa. La proposta sarebbe stata finanziata grazie ad un’imposta di successione al 20 per cento per i patrimoni superiori ai 5 milioni di euro. Attualmente in Italia non sono previste imposte di successione per patrimoni inferiori al milione di euro, mentre ne è prevista una per quelli superiori, del 4 per cento (per i figli e per i parenti in linea retta). Letta aveva proposto quindi di mantenere l’odierna tassazione ma per patrimoni fino ai 5 milioni: la parte eccedente questi sarebbe dunque stata tassata al 20 per cento.

Per capire meglio la proposta facciamo un esempio: Aldo eredita un patrimonio di 7 milioni di euro. Attualmente, vista la franchigia (ovvero la soglia che esenta dal pagamento) fissata al milione di euro, Aldo si troverebbe a pagare il 4 per cento sulla parte eccedente il milione, dunque su 6 milioni.
Con la proposta di Letta, Aldo non avrebbe comunque pagato alcuna imposta sul “primo” milione di euro, avrebbe continuato a pagare il 4 per cento sui 4 milioni di differenza (5 milioni della nuova soglia meno un milione della prima soglia), mentre avrebbe pagato un’imposta al 20 per cento sulla parte eccedente i 5 milioni, ovvero sui 2 milioni.

20 per cento è molto?

In realtà no, in confronto agli altri paesi OCSE. Come riporta Tax Foundation, l’imposta media di successione per i suddetti paesi è del 15 per cento. Negli Stati Uniti e Regno Unito è fissata al 40 per cento (che sono paesi con una tassazione piuttosto modesta), in Germania al 30, in Spagna al 34 e in Francia al 45 (prima franchigia a 100mila euro). Di conseguenza, le risorse che lo Stato Italiano acquisisce da questa imposta, sono molto basse. Eppure, numerosi studi economici hanno rilevato nell’imposta di successione uno dei maggiori propulsori della mobilità sociale. Altresì vero che la risposta del Presidente del Consiglio Draghi «in generale non è il momento di prendere i soldi ai cittadini ma di darli» è stata percepita positivamente anche da molti membri interni al PD e da critici, in quanto attualmente la pressione fiscale in Italia è piuttosto alta rispetto alla media europea (sesta in europa), pertanto, prima di imporre una nuova imposta, sarebbe più idoneo rivedere l’intero impianto della fiscalità, spiega il Post. Inoltre, un’imposta di successione necessariamente non dovrebbe andare a colpire nello stesso modo patrimoni liquidi e patrimoni “statici” (come quelli immobiliari): si potrebbe andare a verificare che, a seguito della cessione di un’eredità immobiliare, non si abbiano le disponibilità liquide per pagare l’imposta su tale eredità. Questa sarebbe anche la posizione condivisa dal premier Draghi.

Eppure, in realtà, l’imposta di successione è di “destra”

Il centrodestra come anticipato ha risposto in modo totalmente negativo alla proposta, affermando che le tasse sono già troppe, nonostante sia piuttosto affine – economicamente parlando – ad un’idea destroide. Infatti, non è un caso che nei paesi anglosassoni si abbia un’imposta di successione tanto alta in confronto ad una tassazione piuttosto modesta. Questo perché secondo un’idea di economia liberista (e quindi storicamente di “destra”) sarebbe preferibile un minor intervento dello Stato all’interno del sistema economico, privatizzando dunque molti servizi che in Europa sono considerati pubblici, per diminuire l’impatto fiscale e l’interventismo. L’imposta di successione rientra in questa categoria: un liberista preferirebbe pagare un’imposta di successione rispetto a quella sul lavoro, sia perché così facendo avrà tempo durante la sua vita di accumulare più ricchezza, sia perché in questo modo si va a posticipare la data di pagamento. In questo, seppur con le dovute distinzioni ideologiche e di scopo propagandistico, i paesi anglosassoni la fanno da padroni, soprattutto gli Stati Uniti.

Tuttavia, la destra in Europa non condivide da anni questa visione “storica” e si è spostata sempre più su quello che ormai viene considerato “pupulismo/sovranismo/autoritarismo”, perché sebbene la proposta di Letta non sia di destra – in quanto a scopo distributivo e non di alleggerimento fiscale –, un’indignazione da parte dei partiti del centrodestra segnala delle incoerenze nel loro pensiero: il centrodestra in Italia non è molto focalizzato sull’allegerire la pressione fiscale e privatizzare i servizi (misura quantomeno necessaria in quanto si avrebbero meno entrate per finanziarli con una minore tassazione), quanto più su una retorica nazionalista. Perché se è vero, come spiegano l’economista Carlo Cottarelli e il direttore di Domani Stefano Feltri, rispettivamente nei loro libri “I sette peccati capitali dell’economia italiana” e “7 scomode verità che nessuno vuole guardare in faccia sull’economia italiana”, i presupposti per abbassare la tassazione nel nostro paese ci sarebbero, ma nessuno vuole fare il primo passo, per un semplice motivo: chi assicura che la narrattiva “se le tasse sono basse tutti le pagano” sia vera? Spesso è difficile cambiare le vecchie abitudini, afferma Cottarelli.

Dall’altra parte, la proposta del segretario del partito democratico, nonostante non sia stata accolta positivamente dai sondaggi, è stata individuata dagli esperti come un tentativo di consolidare un elettorato. I critici affermano che non sarà del denaro dato ai giovani meno fortunati a cambiare la loro condizione socio-economica, ma l’istruzione all’uso di tale denaro. Perché se è vero che non tutti i neo 18enni frequenteranno l’università, è altresì vero che chi ha avviato con successo un’impresa, specialmente in tempi odierni dove vige un alto standard qualitativo di partenza, lo ha fatto a seguito di un’esperienza accumulata e di “fallimenti” da cui ha potuto apprendere. Inoltre, 10mila euro sembrano essere una differenza troppo ingente tra chi non ha ancora compiuto 18 anni (e quindi eventualmente beneficerebbe della proposta) e chi li ha già compiuti, aumentando la disuguaglianza generazionale invece di diminuirla.

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