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L’hotspot di Moria: il campo profughi più grande d’Europa

Moria è un’ex base militare adibita dal 2016 in un campo profughi. A distanza di quattro anni, le condizioni dei richiedenti asilo sono peggiorate e con l’avanzamento della pandemia, Moria sta vivendo uno dei suoi momenti più difficili.

Lesbo, l’isola che nasconde l’Ade del mediterraneo

Lesbo è un’isola greca che si estende nell’Egeo nordorientale, che affianca le coste della penisola anatolica. Terza per dimensioni tra le isole greche e ottava in tutto il Mediterraneo, l’isola è notoria per aver dato i natali a personaggi celebri dell’antica Grecia, tra cui Saffo e Alceo, tra i maggiori esponenti della lirica monodica greca del VII secolo a.C., a Pittaco di Mitilene, tra i sette savi dell’antichità e a molti altri ancora. La popolazione che conta 114 880 mila abitanti è concentrata a Mitilene, capoluogo e centro principale dell’isola. Sulla costa Nord dell’isola è situato il campo profughi di Moria, ex base militare riconvertita nel 2016 in centro di identificazione per i richiedenti asilo, dove le pressanti regole imposte a Italia e Grecia dall’Unione europea, impongono il cosiddetto approccio hotspot; viene definita dal molto l’Ade del del Mediterraneo.

L’approccio hotspot delle politiche dell’Unione europea

Il 22 settembre del 2015, i ministri dell’Interno e della Giustizia dei paesi membri dell’Unione europea si sono riuniti a Bruxelles per discutere in materia di immigrazione, soffermandosi sulla questione degli hotspot, che se approvata porterà alla creazione di un sistema di quote per la distribuzione di 120 mila profughi, in aggiunta ad altri 40 mila richiedenti asilo, tra i paesi dell’Ue (su base volontaria). Del resto degli hotspot se ne era già parlato in occasione della redazione dell’Agenda per la migrazione della Commissione europea nel maggio dello stesso anno. Gli hotspot sono strutture nate con il proposito di identificare e registrare (con tanto di foto segnaletica e impronte digitali) rifugiati, richiedenti asilo e migranti, in sostegno ai paesi europei più colpiti da fenomeni di migrazione. I migranti vengono trattenuti in questi hotspot fino a che le operazioni non si concludono con la cessione dei documenti necessari per trasferirli sulla terraferma. Il processo hotspot coinvolge numerose autorità nazionali, come l’Europol (l’Ufficio di Polizia Europeo), EASO (l’Agenzia europea per il diritto d’asilo), Eurojust (per la cooperazione giudiziaria tra varie autorità nazionali contro la criminalità), Frontex (l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea). Dal 2016 a Lesbo tutti i richiedenti asilo si vedono costretti ad un regime di detenzione amministrativa, previsto per chi non con sé documenti regolari; il trattamento non viene risparmiato nemmeno ai bambini. Superato il controllo, i richiedenti possono essere rimandati in Turchia, che sebbene non abbia ancora riconosciuto la convenzione di Ginevra del 1951 per la gran parte delle nazionalità, è considerata un paese terzo sicuro. A distanza di quattro anni la Turchia ha accolto duemila persone dal campo di Moria, che a sua volta ne ha ospitate circa ventimila, sei volte tanto quanto previsto nell’Agenda. Molti dei rifugiati, anche dopo aver finalmente ottenuto i documenti non hanno le condizioni economiche necessarie per trasferirsi sulla terraferma.

Moria: la “baraccopoli-fortino”

Moria, che era stata pensata per ospitare circa tremila persone per un periodo di tempo limitato, è oggi il campo profughi più grande d’Europa. Vista dall’esterno con le sue baracche e gli arrangiati esercizi commerciali, Moria appare come una cittadina in dissesto in attesa di essere risanata o meglio, costruita. Quel che è certo è che oltre 12 mila persone condividono quest’angolo di terra, e tra alberi d’ulivo e un’immensa tendopoli, valicano i confini religiosi e culturali dei propri concittadini oltre che la recinzione. Questa infatti pare essere un luogo di passaggio così come l’isola in origine, che grazie a dei fori creati dai rifugiati stessi, genera un viavai tra il centro di detenzione e l’esterno, passando per la tendopoli controllata dai servizi dell’hotspot.
Sebbene inizialmente fosse previsto che le persone al loro arrivo ricevessero una tenda, oggi gli abitanti sono autosufficienti (per necessità, non per altro) e le baracche se le costruiscono da sé, così come provvedono a porre rimedio alle precarie condizioni del servizio elettrico e idrico, che consistono rispettivamente in allacci di fortuna, bagni insufficienti e acqua non potabile.

L’incendio che ha reso Moria l’Ade del Mediterraneo

Come se le instabili condizioni in cui versano queste persone non bastassero, tra l’8 e il 9 settembre dello scorso 2020 diversi incendi hanno avvolto Mitilene, reso Moria cenere e diffuso ulteriore disperazione tra gli abitanti del luogo. Le fiamme che hanno cancellato la baraccopoli e il centro di detenzione, sono divampate da più punti del campo, complici il vento e il caldo asfissiante di quelle giornate. Inizialmente ci fu però chi, scettico di fronte a tale spiegazione, aveva pensato che la causa di tali incendi fosse da ricercarsi tra gli abitanti stessi, come atto di protesta contro il lockdown imposto per ridurre al minimo le possibilità di contagio da Covid-19, ipotesi che le autorità greche hanno poi smentito. Le restrizioni erano state imposte successivamente alla positività di un rifugiato somalo, riscontrata poi in altre 35 persone. Il governo greco ha dichiarato lo stato di emergenza per 4 mesi sull’isola e il giorno successivo agli incendi, 400 minori non accompagnati sono stati trasferiti sulla terraferma, mentre gli altri sfollati sono stati sistemati in alloggi di fortuna.
Non ci sono stati feriti, questo ci è stato riferito dopo l’accaduto, ma ne siamo così sicuri? Migliaia di hanno riposto la loro fiducia nelle autorità europee che di contro hanno offerto loro prigionia installando sbarre di metallo nel centro detenzione, e prestando servizi scarsi e inefficienti. Stando alle testimonianze di Medici senza frontiere, i bambini, che sono oltre settemila, di cui il 70% ha meno di 12 anni, quando e se riescono a superare il trauma della guerra e dell’abbandono della propria casa, si trovano nuovamente proiettati in un incubo senza fine. Molti di loro manifestano comportamenti regressivi, smettono di mangiare, parlare e ricorrono nei casi più estremi a gesti di autolesionismo. Questo genere di traumi ha poi ripercussioni su tutta la popolazione che quotidianamente vive in condizioni sempre peggiori. Non ci sono stati feriti, solo sopravvissuti.

La diffusione del Covid-19 e il rischio di una catastrofe sanitaria

Le condizioni atmosferiche e i servizi igienici scadenti agevolano la diffusione di qualsiasi malattia infettiva, rendendo il coronavirus una minaccia ancora peggiore. L’accesso al servizio nazionale sanitario non è garantito e il governo greco non sembra essersi mobilitato per assumere alcuna misura di contrasto. Le persone del posto già non godono di buona salute ed è proprio per questo che è necessario un intervento imminente, per evitare che la situazione sfoci in una vera e propria crisi sanitaria. L’inerzia dei governi ha reso Moria assieme agli altri hotspot ai confini d’Europa, dei posti pericolosi non solo per chi li abita ma anche agli esterni. Il campo di Moria – che era stato in lockdown dal 21 marzo del 2020 –, è stato prolungato più di quanto previsto inizialmente, mentre il resto del paese ne era già uscito tanto da riaprire le frontiere per i turisti.
Dopo il primo caso di coronavirus, il Ministero delle Migrazioni greco aveva deciso di mettere in quarantena l’intero campo, ovverosia dodicimila persone, fino al 15 settembre successivo, aggiudicandosi così il primato per il più lungo isolamento da coronavirus. In quei cinque mesi durante i quali le scarse condizioni igieniche hanno continuato a esistere, l’ormai regolare “lavaggio delle mani” e il corretto distanziamento a Moria non sono stati rispettati. Ad oggi non è ancora operativo nessun piano di sgombero, nemmeno per le persone più vulnerabili.


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