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L’euristica del conformismo, Johnny Depp e Amber Heard

Nell’epoca del conformismo mediatico, sui social si impone un’unica opinione che riduce al silenzio le voci contrastanti. Ma cosa accade quando il giudizio della maggioranza in un para-processo online si sostituisce alla sentenza di un tribunale?

Quando si guarda il mondo in bianco e nero, in ogni storia ci sono un buono e un cattivo, un colpevole e un carnefice, ma i ruoli rimangono inalterati se vengono considerati altri aspetti della faccenda?

Il capovolgimento della vicenda che ha coinvolto Johnny Depp e Amber Heard è la dimostrazione di come l’opinione comune diffusa sui social è spesso il frutto di un acritico conformismo. La teoria della spirale del silenzio, elaborata da Elisabeth Noelle-Neumann, mette in luce l’aspetto crudele della possibilità illimitata di esprimersi: gli utenti della rete cercano di adeguarsi all’opinione dominante pur di non rimanere soli ed essere etichettati come diversi. In rete, grazie alla sovrabbondanza di informazioni e alla facilità con cui avviene la comunicazione, la voce dei più forti si impone su quella dei più deboli e la indirizza verso la retta via, quella del conformismo.

Il PEW Research Internet Project nel 2014 ha dimostrato che sui social il pensiero accettato è uno solo, quello della presunta maggioranza, e le opinioni dissenzienti preferiscono omologarsi. La spirale del silenzio, il buco nero delle coscienze del ventunesimo secolo, è diventata l’oppressione della presunzione di non colpevolezza.

Ma cosa succede quando la naturale insicurezza dell’uomo incontra le vicende della vita di un’altra persona? Il processo mediatico è in realtà un para-processo, capace di unire avvocato, testimone e giudice in un’unica figura. Negli ultimi tempi consiste in uno spostamento del luogo di formazione del giudizio, dall’aula di tribunale alle piattaforme social, dove migliaia di utenti costruiscono delle vie extra processuali con cui dichiarano un imputato colpevole o no sulla base di credenze diffuse.

In un dibattimento mediatico a fare la differenza non è la realtà, ma l’apparenza, e spesso i casi in questione non arrivano neanche in tribunale. Nei veri processi ogni posizione è tenuta in considerazione, dalla libertà di informare e di esprimersi alla presunzione di innocenza e il diritto alla riservatezza, ma è necessario un bilanciamento che tenga conto dei diversi interessi personali. Con la rapidità che contraddistingue i social network, gli utenti elaborano delle sentenze di colpevolezza o innocenza sulla base di quanto si è riscontrato o, addirittura, appreso sulla stessa piattaforma. 

La vicenda vissuta da Johnny Depp e Amber Heard descrive al meglio la potenza del para-processo perché le opinioni contrastanti che si sono susseguite sui social media, basate su frame diffusi online contenenti micro-espressioni degli ex coniugi, frammenti di testimonianze e indizi sommari, hanno cambiato le sorti dei due protagonisti. La verità dei fatti è passata in secondo piano. L’articolo diffamatorio della persona di Depp e la richiesta di risarcimento intentata contro la Heard sono fatti che hanno conosciuto una scissione tra le vicende giudiziarie e l’opinione venutasi a creare sui social, teatro di scontri di ideologie fino al raggiungimento di un pensiero unico ritenuto accettabile. 

La formazione di un giudizio condiviso dagli utenti delle piattaforme ha ben poco a che fare con la veridicità di quanto si afferma. La vita dei protagonisti delle vicende diventa un tramite per mostrarsi all’altezza dell’idea dominante e sancire la propria inclusione nel meccanismo sociale, anche se le conseguenze ricadono direttamente sui soggetti interessati, in questo caso Amber Heard e Johnny Depp.

Un caso diventa mediatico quando i principi intorno ai quali viene dibattuto rientrano tra le tematiche che in quel determinato contesto storico-sociale si rivelano essenziali per la formazione della coscienza collettiva. Le iniziative del Me Too, per tornare al già citato caso Heard-Depp, il rapporto tra fama e responsabilità sono solo alcuni dei punti presi in esame nella questione in quanto riconducibili alle idee più discusse in rete. Tra queste ne esiste sempre una identificata come principale, e costituisce il substrato su cui viene poi a crearsi l’opinione della maggioranza su diramazioni della stessa tematica.

In questo meccanismo si innesta la cornice in cui gli individui possono esprimersi conformemente a quanto richiesto per essere accettati. Secondo la Uses and Gratification theory gli utenti individuano il contenuto che può garantire loro il maggior grado di stima e di conseguenza si esprimono in funzione di esso.

Quando una parte del processo è portatrice dei valori che secondo i social sono “giusti” perché accettabili, l’altra viene demonizzata. Nelle vicende riguardanti le accuse che si sono rivolti gli ex coniugi Depp e Heard, l’opinione pubblica si è schierata in momenti diversi per entrambe le fazioni, prendendo in considerazione frammenti di verità.

L’articolo galeotto, pubblicato sul Washington Post nel 2018, che ha dato inizio alla vicenda, ha portato l’opinione pubblica ad additare Johnny Depp come colpevole di violenza domestica, mentre adesso, anche prima della chiusura della causa civile per risarcimento contro l’ex moglie, gli stessi occhi che lo avevano giudicato in precedenza lo hanno reso una vittima.

Al di là della verità giudiziaria, i dibattimenti online hanno delle conseguenze importanti sulla parte che viene indicata come colpevole, anche se, come è avvenuto nella vicenda in questione, spesso il vero processo ancora non è cominciato. Le campagne mediatiche pongono al centro dell’attenzione non solo dati inerenti alla causa, ma anche caratteristiche comportamentali e personali del soggetto al fine di elaborare una teoria che lo pone al centro di un para-processo.

A differenza di un processo reale, dove anche all’imputato sono riconosciute garanzie di giustizia, equità e, soprattutto, umanità, i social sanciscono condanne rapide rendendo inutile la presunzione di non colpevolezza.

Nell’epoca della Cancel Culture, l’ostracismo sui social è senza pietà. Sul piano psicologico, economico e personale, le sue vittime devono pagare le aspre conseguenze della gogna mediatica. Johnny Depp nel 2018, ha perso i suoi incarichi più importanti ed è stato definito “un mostro” sulla base di accuse non ancora dimostrate, mentre la Heard, oltre a essere la destinataria di numerose invettive e minacce di morte, è diventata anche l’oggetto di una petizione che si pone come obiettivo la sua rimozione dal ruolo di co-protagonista del film Aquaman, come una sorta di contrappasso per i licenziamenti dell’ex marito.

Quanto potere ha l’insicurezza nella libertà di espressione? L’utente medio dei social media riscontra in una vicenda il materializzarsi di un principio la cui difesa può portargli gratificazione e inclusione, e in base a questo giudica dimenticandosi delle mille sfumature che le vite umane possono assumere.

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