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Laurearsi il prima possibile o migliorare le valutazioni?

Affrontiamo un dilemma che perseguita milioni di studenti che vivono in un mondo globalizzato costantemente in trasformazione: laurearsi il prima possibile o migliorare le valutazioni? Ma è davvero così importante concentrarsi su questa domanda? Non è forse più importante apprendere al meglio ciò che si studia?

“L’età alla laurea, per il complesso dei laureati del 2018, è pari a 25,8 anni, con evidenti differenze in funzione del tipo di corso di studio: 24,6 anni per i laureati di primo livello, 27,0 per i laureati magistrali a ciclo unico e 27,3 per i laureati magistrali biennali. L’età alla laurea continua a diminuire”. Questo è ciò che dicono le statistiche di Almalaurea, un consorzio Interuniversitario che rappresenta 78 Atenei e circa il 90% dei laureati in Italia.

Quindi, laurearsi il prima possibile o migliorare le proprie valutazioni? Un dilemma che affligge la maggior parte degli studenti. Ci sono pareri discordanti: c’è chi sostiene che laurearsi in tempo, se non prima dei termini, con un voto più basso sia meglio che laurearsi in ritardo ma con un voto più alto. Le motivazioni della prima tesi: si guadagna tempo ed esperienza lavorativa; per la seconda: un voto di laurea più alto impressiona maggiormente i datori di lavoro.

La soluzione perfetta, ovviamente, sarebbe laurearsi in tempo con un voto notevole, ma per molti studenti rappresenta un traguardo irraggiungibile. Viviamo nel mondo della globalizzazione, della tecnologia e della velocità, in continua evoluzione verso la modernità e l’innovazione, ma è anche un mondo spietato che pretende sempre di più.

I protagonisti sono proprio le nuove generazioni, gli universitari che devono in un modo o nell’altro rispettare le pretese di questo “mondo iper accelerato”. I giovani sono continuamente pressati in primo luogo dalla scelta universitaria (che devono fare quando sono poco più che adolescenti), dal proseguimento del percorso di studi, dalla fretta, dalla sensazione che non ci sia il tempo necessario per soddisfare le pretese della società. Davanti hanno anche esempi che a volte demoralizzano invece che spronare a far meglio: giovani prodigio che terminano il loro percorso di studi con voto massimo e ben prima degli anni previsti.

Ma quali sono queste “pretese”? Sostenere esami, andare avanti e sostenerne altri fino al raggiungimento della laurea, il premio finale, per poi provare a inserirsi immediatamente nel mondo del lavoro, guadagnare, pensare sempre al futuro. Forse l’intento era quello di “spronare” gli altri studenti a prendere esempio e ad impegnarsi di più, ma purtroppo l’unico messaggio percepito è quello di tramutare il percorso universitario in una “gara ad ostacoli” in cui il più veloce batte lo studente più lento, senza alcun riguardo alle particolarità della vita di ognuno di noi. Oggi sembra non esserci più spazio per la comprensione delle difficoltà economiche o psicologiche degli studenti, sugli incidenti di percorso che possono intralciarli nello studio. Quanti si laureano in ritardo e con voti mediocri non per propria inettitudine ma per oggettive difficoltà di vita? Che posto verrà riservato a loro in questa società così spietata?

Pensiamo ad esempio anche agli effetti della pandemia mondiale di questi ultimi due anni che ha rallentato il ritmo di vita degli studenti, ma non le pretese della società verso di loro. Secondo il Chronicle of Higher Education: dalla primavera all’autunno del 2020, i giudizi positivi degli studenti per quanto riguarda i progressi universitari, la crescita personale e le esperienze condivise sono diminuiti attestandosi mediamente tra il 14% e il 21%. In particolare, gli studenti hanno fatto registrare un calo di interesse pari al 23% per quanto riguarda il “sentirsi coinvolti nelle attività dei corsi” e al 20% per quanto riguarda il “lavorare a progetti a lungo termine”.

Sono percentuali drammatiche e tutte queste tematiche precedentemente trattate devono porre delle riflessioni: In realtà il fatto di laurearsi il prima possibile o migliorare le proprie valutazioni non dovrebbe costituire un dilemma. Le domande che noi studenti dovremmo porci sono altre: “Perché ho scelto di proseguire gli studi? Qual è l’obiettivo principale del mio percorso? I tempi sono davvero così necessari per il raggiungimento dei miei obiettivi? Trattare gli esami come un “macigno da scaricare” mi renderà davvero competente nel mio futuro lavorativo? Il mio voto di laurea impressionerà davvero così tanto un datore di lavoro?

La risposta dovrebbe accumunarci tutti: “voglio avere una padronanza completa della materia che ho scelto”. Competenza, dedizione ed impegno sono le parole chiave per un futuro roseo e di successo. Non importa il voto, non importa il tempo, ma ciò che abbiamo imparato e ciò che sapremo dimostrare una volta terminato il percorso di studi, affrontato con tutte le diverse difficoltà, con gli ostacoli, i problemi, ma anche con quella soddisfazione che porta con sé il lavoro impiegato per il proseguimento del proprio obiettivo. Ognuno di noi ha un proprio percorso e confrontarci costantemente con chi (genio o fortunato?) si laurea in tre anni con 110 e lode non ha alcun senso, né alcuna giustizia sociale.

2 Commenti

2 commenti

  1. Astrubalino

    18 Ottobre 2021 at 20:53

    Sacrosante parole

  2. Giuseppe

    18 Ottobre 2021 at 23:29

    Brava.

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