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Economia

L’anno in cui iniziò il declino italiano

Quando si parla di declino della penisola italiana, si pensa subito al 2002, data d’introduzione della moneta unica, ma è davvero così?

Quando nel nostro paese si parla di declino, la retorica tende generalmente ad andare in due direzioni: c’è chi afferma che ciò coincide con l’entrata dell’Italia nella moneta unica, e chi dichiara che in realtà si tratti di un fenomeno già iniziato negli anni ’90.

In realtà, la seconda affermazione è vera: di fatto sono trent’anni che il pil pro capite italiano, in relazione al potere d’acquisto, cresce a livelli miseri. Secondo i dati pubblicati dalla Banca Mondiale, parliamo di un incremento totale pari al 12,87 per cento dal 1990 al 2018, una crescita ben al di sotto dell’1 per cento annuo. Facendo un confronto con un altro paese mediterraneo, la Spagna ad esempio, la sua crescita complessiva si è attestata intorno al 31,68 per cento.

Andando a vedere il grafico però, ci si rende presto conto che tra i grandi paesi europei, Regno Unito e Spagna a parte, la crescita non è mai stata così sostenuta, almeno fino al 2007, anno precedente alla crisi finanziaria. Tuttavia, il dato più interessante resta senza dubbio il 2005, anno in cui l’Italia si è vista scavalcare da tutti i grandi paesi europei, in particolar modo la Germania, che in quella data ha visto l’inizio di una forte e prolungata crescita (a seguito di numerose riforme). Pertanto, la tesi secondo cui fu l’entrata nell’euro a rallentare la “grande crescita italiana” si dimostra non essere fondata, quantomeno secondo l’andamento del grafico, che non mostra né prima né dopo l’adesione alla moneta unica alcun declino particolare. Sul tema si è spesa recentemente anche Banca d’Italia, con un report circa l’analisi tra inflazione reale e percepita durante gli anni di adesione all’euro. All’epoca l’inflazione misurata si attestava tra il 2 e il 3 per cento, mentre quella percepita arrivava anche oltre il 6 per cento. Nell’uso comune, si sente addirittura parlare di “raddoppio dei prezzi”, che corrisponderebbero ad un’inflazione del 100 per cento, percentuale che neanche la lira nel 1980 — quando l’inflazione arrivò al 21,2 per cento — riuscì minimamente a toccare. Sul tema inflazione, in quell’epoca (che comunque fu sostenuta), c’è comunque tanto da dire e vi dedicheremo un articolo a sé stante.

Chiarito ciò, possiamo notare che il vero dato che mostra dove l’Italia si trova in netta difficoltà rispetto agli altri grandi paesi europei riguarda la sua capacità di sapersi risollevare dalle crisi (prima nel 2008 con quella finanziaria, e poi nel 2011, con quella del debito greco). Motivo di ciò è sicuramente l’alta staticità dell’economia nostrana e la sua grande frammentazione politica (che altro non significa che frammentazione nelle idee dei cittadini). Per staticità si intende un insieme di indicatori che vanno dall’incredibile spesa pensionistica al calo di nuovi lavoratori per ogni pensionato (derivanti dal calo delle nascite e una scarsa politica migratoria) e dalla bassa occupazione femminile alla scarsa mobilità dei lavoratori.

Secondo un report pubblicato dall’Istat, nel 2019 in Italia vi erano 686 pensionati ogni 1.000 lavoratori; il numero di pensionati in termini assoluti si aggira invece intorno ai 16 milioni (rispetto ad una popolazione totale di 60 milioni di abitanti). Inoltre, la cosiddetta “piramide dell’età”, grafico che mostra per l’appunto com’è suddivisa la popolazione per fasce d’età, non fornisce dati favorevoli: la maggior parte degli abitanti si attesta tra le persone con età che va dai 45 ai 55 anni, ovvero individui prossimi alla pensione da qui ad una-due decadi.



Nel 2040, sempre secondo le stime degli analisti, il grafico diventerà più o meno così:

Occupazione femminile

Se è vero che nel nostro paese l’occupazione maschile non è altissima (si attesta intorno al 73 per cento, contro una media UE del 78), quella femminile è quasi inesistente: si attesta infatti intorno al 53 per cento. In questo caso, la differenza rispetto agli altri paesi europei non è più, come nel caso di quella maschile, di circa 10 punti percentuali rispetto ai primi paesi in classifica ma di 7 punti percentuali rispetto al terzultimo paese dell’Unione, la Croazia.

Peggio di noi fa solo la Grecia, mentre il Portogallo, altro paese del Sud Europa, riesce a raggiungere un ottimo 72 per cento.

Dipendenti pubblici

Se è vero che il numero dei dipendenti pubblici in Italia è tra i più bassi d’Europa, è altrettanto vero che il loro stipendio, rispetto al pil pro capite del paese di riferimento, è tra i più alti in Europa, peggio di noi solo la solita Grecia.

In Italia, un dipendente pubblico guadagna circa 1,8 volte in più rispetto alla ricchezza pro capite complessiva prodotta da ciascun individuo nell’arco di un anno; contro valori pari a 0,9 in Svezia e Norvegia. Sul tema numerosi economisti discutono da anni, a detta loro la soluzione più plausibile sarebbe data dal non adattare pensioni e stipendi dei dipendenti pubblici all’inflazione per un certo numero di anni (almeno 5 secondo le loro stime).

“Neet”: giovani che non studiano e non lavorano

Altro fattore critico della situazione socio-economica dell’Italia risulta essere il numero di giovani tra i 20 e i 34 anni che non sono occupati e non stanno né studiando né seguendo un percorso di formazione: si chiamano “neet” (neither in employment nor in education and training) rappresentano il 29,4 per cento secondo eurostat.

In questo caso i giovani italiani fanno anche peggio dei loro compagni greci, per entrambi i sessi.

Conclusioni

Il declino italiano è iniziato all’incirca nel 1990, dove si sono iniziate a notare tutte quelle politiche molto spendibili a livello elettorale (come una diminuzione dell’età richiesta per andare in pensione, alti tassi d’interesse sui buoni del tesoro, incremento dei salari pubblici e del personale pubblico anche ove non ce n’era bisogno, ecc.) ma poco spendibili a livello di crescita economia e di benessere generale. Tuttavia, il punto in cui la Penisola ha iniziato a decrescere a tal punto da non riuscire più a tornare ai livelli precedenti è stato l’anno della crisi finanziaria, nel 2008; ripresa mai possibile a causa di una grande serie di problemi che caratterizzano il paese, spesso neanche con la consapevolezza dei cittadini su tali tematiche. Naturalmente, i problemi citati sono solo alcuni dei tanti, quali: corruzione, differenza tra Nord e Sud, alfabetizzazione, et cetera. Tuttavia, nonostante i dati scoraggianti, l’attuale Governo tecnico Draghi sembra star andando nella direzione corretta per sanare, almeno parzialmente, alcuni dei problemi indicati: staremo a vedere.

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