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La prima finalista italiana in coppa dei campioni

La ricostruzione degli eventi che condussero, per la prima volta, una squadra italiana a giocarsi la finale della Coppa dei Campioni

Il trofeo per club più ambito della storia del calcio europeo ebbe come prima finalista italiana la Fiorentina, nel 1957. La squadra viola sfidò il Real Madrid, già finalista della prima storica finale di Coppa dei Campioni targata 1956.

Un sogno chiamato Champions

La Coppa dei Campioni, l’attuale Champions League, è la meta e il sogno di qualsiasi squadra europea. Il cammino verso la finale, disputata ogni anno in una diversa città o Capitale d’Europa, mette di fronte giocatori, allenatori, tifosi e vecchie rivalità che si danno battaglia per raggiungere la tanto ambita “Coppa dalle grandi orecchie”.

Ma quando si è svolta la prima finale della competizione e, soprattutto, quando scese in campo la prima finalista italiana?

La prima storica finale di Coppa dei Campioni si tenne il 13 giugno 1956 a Parigi, presso il Parco dei Principi, attuale casa calcistica del Paris Saint Germain, e vide sfidarsi la spagnola Real Madrid opposta alla francese Stade de Reims. Ad assistere al match ci furono ben 38.000 spettatori, un numero altissimo per gli standard di quegli anni. La partita venne vinta dai blancos di Madrid per 4-3 in uno scontro molto equilibrato ma il cui esito diede il via ad una serie strepitosa di successi europei per la compagine madrilena.

Proprio il Real Madrid di Alfredo Di Stefano, attaccante molto amato e stimato in casa Real tanto da intitolargli il proprio centro di allenamento, fu l’avversario, l’anno successivo, nella finale a cui prese parte la prima squadra del Campionato italiano: la Fiorentina.

Alfredo Di Stefano, centravanti del Real Madrid

Nel 1957, prima dei successi di Milan, Inter e Juventus, prima dei trionfi solo sfiorati di Roma e Sampdoria, toccò alla Fiorentina rappresentare per la prima volta il Calcio italiano in una finale europea tra squadre di Club.

La squadra viola giunse a quella finale, disputata il 30 maggio 1957 allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid, dopo un cammino diverso da quello che annualmente siamo abituati a vedere perché diverse erano le regole e gli accoppiamenti.

La Fiorentina del periodo a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 a livello di risultati è sicuramente la migliore della storia, un ciclo che iniziò nella stagione 1955/56 con la vittoria del primo scudetto: un Campionato dominante, vinto con cinque giornate d’anticipo con la vecchia regola dei due punti a partita. In automatico, quindi, arrivò l’iscrizione alla Coppa dei Campioni dell’anno successivo.

La Coppa dei Campioni 1956/57 era un torneo ben diverso rispetto alla Champions League attuale, non solo perché partecipavano solamente le squadre campioni nazionali e nemmeno tutte: le rinunce erano ancora all’ordine del giorno, mancavano i campioni di Grecia, Unione Sovietica, Norvegia tra le tante. Il Manchester United, campione d’Inghilterra in carica, si impose ottenendo l’iscrizione al torneo nonostante lo snobismo della FA (Federal Association), che definiva i tornei europei: “una distrazione”.

La formula era quella del tabellone tennistico, con turni progressivi a eliminazione diretta: minimo garantito di due partite, chi è dentro è dentro chi è fuori è fuori, le fasi a gironi non erano probabilmente nemmeno ipotizzate. In più, i sorteggi del primo turno non si basavano sulle teste di serie, bensì su gruppi per base geografica. Come al Risiko, c’era l’Europa dell’Est, l’Europa del Nord-Ovest e l’Europa del Centro-Sud. Due le principali ragioni di questa scelta: ottimizzare la logistica e organizzare il minor numero possibile di viaggi al di qua della Cortina di Ferro per le squadre dell’Est, in piena Guerra Fredda.

La Fiorentina venne baciata dalla Fortuna saltando il turno preliminare e infilando dagli ottavi in poi un cammino senza precedenti: 1-1 a Firenze e 1-0 in Svezia contro il Norrkoeping, 3-1 a Firenze e 2-2 in Svizzera contro il Grasshoppers, tutto questo mentre il Real eliminava il Nizza e faceva lo spareggio contro il Rapid Vienna negli ottavi.

Non restano che le semifinali: il Real Madrid eliminò il Manchester United dei “Busby Babes”, mentre la Fiorentina, contro la Stella Rossa, se la cavò vincendo a Belgrado 1-0 con un goal nel finale di Prini, difeso strenuamente nello 0-0 della gara di ritorno in casa.

Appuntamento dunque al 30 maggio 1957, per la finale contro il Real Madrid. Una finale che per la Fiorentina si presentò impervia sin dalle premesse: il Real non solo era campione in carica, ma giocava pure la finale in casa, nello stadio di Chamartìn da un paio d’anni intitolato al suo Presidente, ancora in vita: il mitico Santiago Bernabeu. Le fonti di allora parlano di 135.000 spettatori presenti; non ci fu nessuna diretta televisiva (la RAI aveva iniziato le trasmissioni regolari da appena tre anni) e i tifosi viola si dovettero accontentare della radiocronaca di Nicolò Carosio sul Programma Nazionale, il papà dell’attuale Radio 1.

Stando alle cronache dell’epoca, la Fiorentina giocò la sua onesta partita senza però mai realmente impensierire il Real, che per sbloccare il risultato dovette attendere il 69’ e un rigore generoso. Vittorio Pozzo, proprio l’ex CT della Nazionale italiana campione del mondo nel 1934 e nel 1938, inviato per La Stampa, descrisse così l’azione:

“Un rigore che,secondo noi, è irregolare. Esso nacque da un sospetto di fuorigioco non rilevato dall’arbitro. Comunque Mateos, la mezz’ala destra, filò via e fu atterrata con uno sgambetto da Magami. Lo spagnolo cadde lungo disteso in area, ma secondo noi il fallo contro di lui fu commesso al di qua della linea. L’arbitro concedette subito la punizione massima, e non si lasciò commuovere dalle proteste dei fiorentini che volevano fosse sentito uno dei guardalinee…”.

Prosa antica per un calcio antico che però, come vediamo, mostrava le stesse questioni di oggi. Alfredo Di Stefano trasformò il rigore del vantaggio, e sei minuti dopo Francisco Gento sigillò il definitivo 2-0 per il Real Madrid.

Per la Fiorentina, un’occasione a posteriori unica e irripetibile che sfumò, anche se i viola seppero comunque confermare negli anni successivi, con la vittoria in Coppa delle Coppe nel 1961 e la finale persa contro l’Atletico Madrid dell’anno dopo, una solida reputazione internazionale. Per il Real, invece, quelle due Coppe dei Campioni furono solo l’inizio dello straordinario filotto di successi europei che lo colloca attualmente come il Club del Vecchio Continente con più Champions vinte: 13.

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