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Attualità

In che direzione sta andando il gender gap?

Come la maggior parte delle persone che prende parte a questo progetto editoriale (L’inchiostro), ritengo di seguire piuttosto attentamente l’attualità e le dinamiche sociali. La cosa che più mi motiva a farlo non è tanto il conoscere l’ultima notizia, quanto cercare di studiare come questo o quell’evento sia stato percepito dalle persone.

Nello specifico, in questo articolo voglio cercare di fare una fotografia sull’ascesa del femminismo in Italia dai primi mesi del 2020 – anno della sua esplosione – ad oggi. D’altronde, se da un lato penso si possano contare sulle dita di una mano le persone che hanno ovviato allo “studio” del problema, dall’altro, potrei dire lo stesso per quelli che hanno evidenziato tutta una serie di contraddizioni più o meno palesi che appartengono a questo mondo. Ma andiamo con ordine.

Quali sono le ideologie a riguardo?

Innanzitutto, è bene partire dai pilastri della narrazione, che già qui è piuttosto discordante: si passa dalla dialettica preponderante “gli uomini e le donne hanno gli stessi interessi e le stesse caratteristiche, è solo colpa della società se non sono emerse”, a quella meno schierata, seguita prevalentemente da chi non partecipa “attivamente” al fenomeno, ma si limita a ripete frasi che ha sentito in giro. Quest’ultima in realtà non afferma nulla di categorico, ma lascia nel limbo le persone in modo da far capire ad ognuno ciò che vuole capire, passando dal “uomini e donne hanno gli stessi diritti, ma interessi differenti” ad una versione meno rigida della prima narrazione. Si tratta in pratica di quelle persone che “sposano” sempre la prima narrazione, ma con idee al suo interno piuttosto incoerenti.

Inutile stare a specificare che l’unica retorica che realmente guida il dibattito pubblico e le conseguenze sociali è solo e soltanto la prima, in quanto sposata da persone che si “impegnano attivamente” per portarla avanti. Poco importa se il mondo reale, fatto da persone che non portano avanti nulla in particolare, sposa la seconda corrente, perché passatemi il termine: le cose le cambia chi va a votare, non chi resta a casa; pertanto, almeno a livello di studio, la prima narrazione è l’unica che ha senso considerare.

Cosa non mi convince

Perché sono preoccupato da questa prima corrente di pensiero? A dire il vero, più che preoccupato per la retorica in sé, lo sono per la ferocia con cui viene difesa, lasciando le possibilità di confronto e revisione delle proprie idee a cifre prossime allo zero. Da quanto ho potuto approfondire, la fortissima componente ideologica del discorso va di pari passo con la stessa ricerca accademica sull’argomento, che è, per usare un eufemismo, piuttosto politicizzata. In altre parole: cercando online troverete mille articoli scientifici che difendono la prima narrazione, e altri mille che dichiarano diversi interessi/predisposizioni tra uomini e donne, in modo più o meno marcato. Ma proseguiamo.

Come anticipavo, un problema fortemente collegato al tema è la tendenza a quello che ho personalmente etichettato come “l’essere progressisti per moda”. Oggi, più sei progressista e più vieni considerato intelligente, acculturato, ecc. Ogni obiezione, chiaramente, viene non solo tacciata, ma etichetta l’artefice di essere un razzista o uno stolto. Per carità, su moltissimi temi è abbastanza vero voi direte (e sono d’accordo), ma la Generazione Z, che già conveniva sulla stragrande maggioranza degli argomenti discussi a livello di rilevanza nazionale (aborto, cannabis, parità di genere, ecc.), ha presto portato la narrazione su un altro livello: per l’appunto, il “femminismo estremo”, il “politicamente corretto estremo”, ecc.

Al giorno d’oggi in pratica, l’interlocutore che hai davanti conta nella sua interezza abbastanza poco, mentre tende decisamente a prevalere una singola espressione non al passo con l’ultima tendenza.

Il succo del discorso

Entriamo ora nel vivo della questione, e proviamo a chiederci: donne e uomini hanno realmente gli stessi interessi, gli stessi punti di forza e di debolezza, oltre che le stesse caratteristiche? Badate bene che non sto ponendo l’accento sulla questione diritti e parità di giudizio. Professionalmente, ogni essere umano dovrebbe essere giudicato per le sue competenze, non per il suo genere, orientamento sessuale, ecc. Lo sto invece ponendo sulla questione interessi/predisposizione professionale, perché ad oggi la tendenza è quella del 50/50 su tutti i lavori, in tutte le posizioni. Mi domando quindi: ha senso questo approccio? Rispecchia la nostra “natura umana”, oppure è solo una forzatura perché “è bello così”?

In altre parole, sarebbe un problema se un giorno scoprissimo che, mediamente, uomini e donne hanno interessi e punti di forza differenti? Se in pratica ci rendessimo conto che, nonostante il continuo sradicamento di “stereotipi” e “pressioni sociali”, le donne continuassero ad iscriversi poco alle materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e i ragazzi continuassero ad iscriversi poco a psicologia o moda? Sarebbe una lesione della “parità”, oppure un’accettazione di una diversità che non incorpora assolutamente nulla di male, ma anzi consente di esprimere la personalità di un individuo al meglio? Chiaramente, il discorso vale a livello di “scelta di vita”. Nessuno mette in dubbio che le ragazze che studiano STEM siano meno preparate dei ragazzi, oppure che i ragazzi che studiano psicologia lo siano meno delle loro colleghe. La questione è invece: mediamente, su scala nazionale, la percentuale di persone che sceglierà un indirizzo universitario o lavorativo di un certo tipo, sarà sempre 50/50?

E badate bene che, almeno al momento, conviviamo con un grande paradosso. Immagino infatti tutti abbiate sentito parlare almeno una volta del concetto di diversity, ovvero dell’inserire, in questo caso all’interno di un’azienda, persone provenienti da diverse culture/genere/background, con l’ipotesi che questo possa “far bene all’azienda”, permettendole di meglio comprendere alcuni contesti (es. voglio vendere in India, sicuramente un collaboratore indiano ne saprà più di me).

Per quanto ritengo in parte discutibile questo approccio, è innegabile che possa essere considerato ragionevole alle volte. Quando soprattutto? Nel momento in cui si parla di una multinazionale.
Ok, ma come lo abbiamo applicato noi europei questo concetto? Partiamo dal presupposto che si tratta di una filosofia che proviene dal Nord America, un contesto fatto da grandi aziende che operano spesso al di fuori dei confini nazionali. In Europa, Regno Unito a parte, le aziende sono un po’ più ridimensionate, specialmente in Italia. Inoltre, vuoi per le barriere linguistiche, vuoi per altro, siamo un continente al cui interno ogni paese non ha un elevato numero di stranieri (specialmente altamente qualificati), a differenza degli Stati Uniti. Quindi, si è ben pensato di ridurre il concetto al solo genere, con la retorica del “uomini e donne, siccome hanno diversi schemi mentali/background, insieme, possono meglio fornire all’azienda strumenti per comprendere i bisogni della clientela”.

Fantastico, peccato che tutte queste aziende vogliono stare con due piedi in una scarpa.

Se infatti da un lato ammettono pubblicamente una diversità, dall’altro si “impegnano” per cercare di avere 50/50 in tutti i ruoli. Capite bene che siamo di fronte ad un’azione fatta solo per un ritorno di immagine e per non scatenare l’ira di qualche influencer.

Inoltre, spesso questo viene velatamente replicato anche da aziende che, nonostante la modesta dimensione, hanno un’alta visibilità (es. giornali, pagine Instagram, ecc). Si tratta di attività che nonostante si palesino come “abbattitori di stereotipi”, li incarnano perfettamente. Basti pensare alle pagine di informazione su Instagram: le donne si occupano di questioni ambientali, di parità di genere, ecc., mentre gli uomini di politica. Regolare.

E qui arriviamo ad un altro punto fondamentale. Perché la mia impressione è che abbiamo così tanto cercato di combattere i clichè che ci siamo dimenticati di un piccolo (importante) particolare: spesso sono veri. La narrazione è passata dal “non è vero che le donne leggono solo romanzi rosa”, al “se una donna legge un romanzo rosa è chiaramente vittima di quel sistema che l’ha portata ad essere così”. E questo lo vedo giornalmente con entrambi i sessi, ma con le mie amiche in particolare: oggi, i giovani si vergognano in incarnare lo stereotipo, anche se li rappresenta perfettamente. Perdonatemi eh, ma che male c’è nel rappresentarlo? Se mi sento così perché non dovrei farlo? E anzi, non stavamo lottando perché ognuno possa essere chi si sente di essere? “Sono secchione e con gli occhiali”, siccome è uno stereotipo meglio che me ne allontani. “Sono una ragazza molto curata”, meglio cominciare ad andare dall’estetista di meno, perché poi mi associano a quella che legge IoDonna (anche qui, discriminazione per chi lo legge). Capite che questo sta danneggiando ambo i sessi non poco.
Personalmente, ad esempio, sono sempre stato meno “mascolino” dei miei coetanei, ma adesso siamo arrivati ad un punto dove mi vergogno io stesso della mia “mascolinità”. Pensate come siamo messi. E siccome non penso di essere speciale, immagino ci siano molte altre persone nella medesima situazione: ci si sente in un modo, ma siccome è poco accettato lo si tende a reprimere.

Conclusioni

Come penso si sia capito, in questo articolo non voglio dare alcuna risposta, quanto piuttosto portare alla luce dei ragionamento e delle contraddizioni che, nel tempo, mi sono sorte; oltre che porre un interrogativo su quello che mi pare di vedere ogni giorno (questa diversità, seppur non marcatissima). Mi sono sentito in dovere di riportare un’argomentazione quanto più sensata possibile su un tema del genere, in cui è ammesso solo un tipo di pensiero.

Anche perché, scusatemi se mi permetto, ma quale dovrebbero essere l’obiettivo di entrambe le “fazioni”? Questa non deve essere una gara, deve essere una ricerca della verità. Che ce ne importa di quale delle due correnti sia vera? A noi dovremmo importare che ognuno sia ciò che desidera essere, e non spetta a noi studiare qualcosa che non ci convince perché viene ben visto.

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