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Il punto sulle donne nell’isis e YPJ

Qual è il ruolo delle donne nell’Isis? Come arrivano ad essere reclutate? Che cos’è l’Unità di Protezione delle donne? (YPJ)

Il volto nascosto dell’Isis

Il coinvolgimento delle donne nei conflitti del Califfato è storicamente riconosciuto come un ruolo secondario, ma negli ultimi anni questo paradigma sta cambiando, non tanto per un’ideologia di fondo ma per una crescente necessità. Quando si parla di conflitto però, bisogna prestare eguale attenzione sia a chi questo conflitto lo incita sia a chi lo resiste. Da una parte ci sono le cosiddette “foreign fighters” e le donne del Califfato – le prime radicalizzate per una fragile scelta, mentre le seconde per una vita all’insegna di questa fede senza alternative –; dall’altra invece le YPJ (in curdo: Yekîneyên Parastina Jin), “Unità di protezione delle donne”. Queste sono solo alcune delle donne che si sono rese protagoniste della lotta santa, nel bene o nel male, ma data la scarsità di fonti a noi pervenute, migliaia di donne e le loro storie per quanto importanti, verranno tralasciate.

Foreign fighters, le mogli del Jihad

L’Institute for Strategic Dialogue (thinktank con sede a Londra), ha stilato una serie di motivazioni per cui le donne occidentali decidono di arruolarsi tra le fila jihadiste. Lo studio ha dimostrato come alla base di questa scelta vi sia il matrimonio, assieme ad una pregnante componente ideologica che colpisce la loro fragilità. Quest’ultima è spesso dovuta ad un isolamento sociale e culturale, addizionato ad un profondo desiderio di appartenenza. Molte di queste donne sono infatti mediorientali, ed il disagio di dover vivere in un mondo occidentale, spesso discriminante, le porta a ricercare le proprie radici in una fede estremista e a combattere la mancata sensibilità della comunità internazionale. Rabbia e frustrazione vengono bene accolte sui Social, dove i reclutatori approfittano dell’occasione presentando loro una realtà idealizzata, che diviene per le vittime un impegno a cui aspirare.

Le ragioni del reclutamento

Considerando la grande quantità di risorse che il Califfato impiega per adescare le giovani donne, ci si chiede se il matrimonio sia il fine ultimo. In realtà il ruolo delle neo-jihadiste, oltre alla procreazione dei futuri figli dell’Isis, è divenuto quello di servire lo Stato Islamico come infermiere, insegnanti e traduttrici, e nei casi più estremi di imbracciare le armi. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, spesso sono le stesse jihadiste a sfruttare i loro account per sostenere e aiutare le ragazze occidentali che vogliono affiancarsi al Califfato. Per citare un esempio, esiste un sito chiamato “Jihad Matchmaker”, non dichiaratamente legato all’Isis, ma con l’obiettivo di reclutare coloro che cercano un matrimonio in Siria secondo le regole halal.
Nel gennaio del 2015 è stato divulgato da forum online miliziani, un documento intitolato “Le donne dello Stato Islamico: un manifesto e un caso di studio”. Da queste 30 pagine non figura nulla di nuovo rispetto a quello che è risaputo, ovvero che per essere una buona donna musulmana si consiglia di essere pronte al matrimonio verso i 9 anni, di smettere di studiare a 15 anni e di passare la propria vita preferibilmente in casa.
Il concetto di “spose del jihad” accompagnato dalla propaganda social, vuole trasmettere l’utopica immagine di una nuova politica, che si basa sulla partecipazione al jihad e alla creazione di un nuovo stato islamico. A Raqqa, città siriana proclamata capitale dello Stato Islamico, alle jihadiste è concesso di unirsi alla cosiddetta “brigata al-Khansaa”, una sorta di “polizia morale” formata da sole donne e messa in piedi da una jihadista britannica.
Secondo le statistiche, la maggior parte delle donne che si sono unite all’IS provengono da Francia e Regno Unito, ma anche da Austria, Belgio e Spagna; la maggior parte di loro ha tra i 18 e i 25 anni. Basti pensare che Tra il 2013 e il 2018, il 13% del totale dei cittadini inglesi convertitisi all’Islam e che si sono uniti alle fila dell’Isis è composto da donne.

La YPJ e il progetto curdo

Le YPJ sono state determinanti nella battaglia per riprendere il controllo di Kobani dall’ISIS. Queste donne combattenti sanno che, se catturate, verranno violentate e uccise; quindi combattono sapendo che devono avere successo in battaglia o diventare un guerriero suicida per evitare di essere catturati. Si pensa anche che l’YPJ sia temuto dall’ISIS, che crede che se una donna li uccida in battaglia, sarà una disgrazia e un disonore e proibirà loro di entrare in paradiso. Queste donne hanno attirato l’attenzione sulla situazione dei Curdi in Siria e dato voce alle milioni di persone femministe, socialiste e non socialiste.
Ricordiamo quando nel 2014 hanno fornito soccorso alla comunità yazida, intrappolata sul monte Sinjar (Iraq) e hanno preso parte nelle battaglie contro le roccaforti allo Stato Islamico di Tabqa e Raqqa, allenandosi alle truppe statunitensi lì stanziate. Oggi combattono ancora contro l’invasione turca del cantone di Afrin. Sin dal 2013 i curdi siriani hanno difeso le città curde del nord dall’ISIS; hanno combattuto all’interno di una coalizione internazionale a capo degli Stati Uniti e tuttora la loro presenza è presa in considerazione per combattere un eventuale ritorno dell’

– Leggi anche: Perché l’Isis sta dilagando nell’Africa dei paradossi

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