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Economia

Il lento e inesorabile declino della redditività bancaria

Spesso si pensa che le banche siano attori in grado di generare ricavi molti alti dalla loro attività di prestito all’economia. Guardando i dati, però, la realtà sembra essere ben diversa…

Dallo stampare moneta per diventare più ricchi al fare debito per salvare il paese, sono moltissimi i falsi miti sull’economia. D’altronde sembrerebbe logico pensare “per ridurre la povertà non basterebbe stampare moneta e distribuire a pioggia le banconote appena create?”. Meno logico è invece tutto lo studio della politica monetaria e degli equilibri tra domanda e offerta che possono spingere un ragionamento del genere a creare inflazione. Un po’ per mala informazione, un po’ perché l’economia spesso funziona in modo opposto a come un neofita della materia potrebbe logicamente aspettarsi, non è facile toglierci dalla testa molte false convinzioni su certi temi.
Tra questi miti, uno dei più rilevanti riguarda senza dubbio le (non) amate banche, spesso definite avide, ricche e restie nel concedere prestiti. Ma quanto c’è di vero in queste affermazioni? E quante di queste accuse sono realmente colpa delle banche?

Al di là di come la si pensi, un sistema bancario in salute è fondamentale per l’economia di un paese. Senza poter usufruire dei finanziamenti bancari, le imprese non hanno denaro a disposizione per fare investimenti, stare al passo con la tecnologia, essere competitive e assicurare la crescita della produttività del lavoro. Senza crescita della produttività del lavoro, non può esserci nemmeno crescita degli stipendi e tutto ciò fa segnare record negativi sul livello dei salari di un paese (l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea in cui i salari dal 1990 ad oggi sono diminuiti anziché aumentati). Avere un sistema bancario in salute è tanto più importante quanto più il paese è banco-centrico (come l’Italia), mentre per i paesi in cui le imprese richiedono finanziamenti direttamente al mercato emettendo titoli di debito, e non alle banche, il problema può essere parzialmente aggirato.

E arriviamo quindi al primo mito da sfatare sulle banche: no, non sono piene di soldi, o almeno non più. Il business del fare credito non è più remunerativo come un tempo. Infatti, prendendo come esempio il sistema bancario italiano, mentre nel 2000 il ROE (ovvero il “guadagno” di un azionista che investe in una banca e ne diventa socio) era pari al 12,9% annuo, nel 2020 lo stesso indice si attestava allo 0,8%. Mentre nel 2006 il sistema bancario italiano faceva utili netti per più di 22 miliardi di euro, nel 2020 non si è arrivati neanche a 2 miliardi. Anche guardano i dati del 2019, non influenzati dalla pandemia di COVID-19, troviamo dei valori di redditività non entusiasmanti. Per fare un paragone con altri settori molto più remunerativi di quello bancario, il ROE di Amazon nel 2020 è stato pari al 22,8%

Andamento del ROE delle banche italiane (2006-2020)
Andamento dell’utile netto delle banche italiane (2006-2020)

Ma anche se le banche di oggi non sono più ricche come una volta, resta comunque il fatto che sono avide e rendono la vita difficile a chi serve denaro per comprarsi una casa, giusto? Anche qui ci sarebbero un paio di cose da dire al riguardo.
Le banche avrebbero tutto l’interesse a prestare denaro, considerando anche che guadagnano proprio dagli interessi che ricevono indietro dai loro debitori. Ed è proprio per questo che, soprattutto dopo la crisi del 2007, per assicurare che le banche non rischino troppo nel prestare eccessivo denaro, le autorità pubbliche italiane ed europee hanno fissato una serie di leggi molto stringenti per l’attività bancaria, cosa che ha limitato ancora di più le banche dal concedere credito all’economia. Si tratta di regole molto invasive nell’attività bancaria che riguardano il modo in cui le banche devono valutare i clienti prima di fare prestito, aggravi di costi molto pesanti per i controlli, limiti alla quantità di crediti concessi e denaro che le banche devono tenere immobilizzato da utilizzare esclusivamente a copertura delle perdite in caso di fallimento dei loro debitori (fondi propri), somma che nel 2020 ha toccato quasi il 20% di tutte le “attività” (RWA) dalla banca e che sembra aumentare di anno in anno. Tutti questi costi per la regolamentazione hanno portato, oltre a un rischio di razionamento del credito, anche a un’aggregazione di massa di molte banche, facendo quasi scomparire le più piccole e sopravvivere solo le più grandi.

Andamento dei fondi propri delle banche italiane in percentuale all’attivo ponderato per il rischio (2006-2020)

Inoltre, prestare denaro in questo momento storico non è una scelta che va presa a cuor leggero. Veniamo da un periodo di bassa crescita, tassi negativi e forte incertezza. Prestare denaro a qualcuno che potrebbe non essere in grado di ripagare il suo debito può portare a conseguenze estremamente negative per tutto il sistema. Se la banca presta soldi e non li riceve indietro, e questa situazione si replica molte volte per diversi istituti di credito, potrebbe portare al fallimento delle banche stesse con in pancia i soldi che i correntisti hanno depositato presso di loro (oggi però tutelati dal sistema di garanzia dei depositi).

La regolamentazione dell’attività, i tassi d’interesse a livelli molto bassi, la forte concorrenza di altri metodi di finanziamento, il cambiamento tecnologico e il quadro macroeconomico non entusiasmante stanno compromettendo fortemente l’attività bancaria di fare credito all’economia. Non si tratta certo di dare giustificazioni o scuse ad un’attività che negli anni ha portato con le sue scelte a una crisi di fiducia verso di lei, ma è altrettanto innegabile che non bisogna demonizzare attività come quella creditizia che nel corso della storia hanno saputo sostenere la società indirizzando i finanziamenti e garantendoci livelli di sviluppo inimmaginabili molti anni fa. Insomma, chi è senza peccato scagli la prima pietra.

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