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I soldi fanno la felicità?

Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito dire da qualcuno la frase “I soldi non fanno la felicità”. Ma quanto c’è di vero in questa affermazione? Vediamo cosa ci dicono i dati in tal senso!

Esistono diversi modi per misurare il benessere. C’è chi lo fa prendendo in esame l’aumento del reddito medio della popolazione, c’è chi usa il livello di disoccupazione e chi il progresso tecnologico e scientifico di una nazione. Queste variabili sono spesso prese a riferimento soprattutto per la “facilità” e precisione con cui possono essere calcolate, soprattutto per la valutazione delle scelte di politica economica. Non è infrequente sentire esternazioni politiche quali “grazie alla mia manovra sono stati creati X migliaia di posti di lavoro”.
Ma oltre a queste tecniche più classiche di misurazione del benessere di una nazione, possono essere prese in considerazione anche altre variabili, anche se meno precise e più sottoposte a giudizi soggettivi. La più importante di queste variabili è senza dubbio la felicità. Dopotutto, rendere le persone più felici dovrebbe essere l’obiettivo ultimo di qualunque politica economica, anche se tutt’oggi le valutazioni sull’aumento del benessere di un paese sono basate soprattutto sull’aumento del reddito e dell’occupazione.

Sulla base di ciò, una domanda utile da porsi in questo caso è: c’è correlazione tra aumento del reddito e aumento della felicità? Domanda che potremmo riformulare con la popolare espressione: i soldi fanno la felicità?

Nel caso ci fosse una forte e positiva correlazione tra le 2 variabili, verrebbe fugato ogni dubbio sul decidere se prendere a riferimento il reddito o la felicità per giudicare i risultati di una manovra economica, in quanto si arriverebbe allo stesso risultato.

Nel corso degli anni, ci sono stati diversi studi su tale correlazione, ma non tutti sono giunti agli stessi risultati. Il teorema più famoso in tal senso è il Paradosso di Easterlin. Tale paradosso, risultato come conclusione di diversi studi, espone che all’aumentare del reddito di una persona la sua felicità aumenta fino ad un certo punto, per poi diminuire all’aumentare del reddito se superiore ad una certa soglia.

Tale paradosso, però, risale al 1974. Da quel momento in poi si sono susseguiti molti altri studi sul tema che inizialmente confermarono il risultato e individuando questo valore soglia di reddito a 75 mila dollari annui. Nel corso degli anni, però, questo valore è stato più volte rivisto sia al rialzo che al ribasso e sconta il fatto del non considerare la diversità del potere di acquisto nei diversi paesi.

Inoltre, in epoca più recente, quest’idea di un valore soglia di reddito oltre il quale la felicità non aumenta sembra essere stata parzialmente accantonata. Secondo studi meno datati, la felicità sembra essere piuttosto correlata al reddito medio della popolazione ed anche alla crescita del PIL del paese in cui ci si trova, senza una precisa individuazione di un valore soglia.

Inoltre, la felicità sembra essere concentrata geografica soprattutto nei paesi più ricchi (secondo il World Happiness Report 2021 i paesi più felici risultano essere Finlandia, Islanda e Danimarca) e tale variabile non è equamente distribuita all’interno della popolazione, con sperequazioni diverse da paese a paese intorno alla media, che potrebbero essere causate anche dalla diversità di reddito tra ricchi e poveri nei differenti paesi del mondo.

Questa disamina potrebbe anche essere utile per approfondire il dibattito tra politiche economiche con orientamenti più liberali, generalmente famose per creare mediamente maggior ricchezza e lavoro, e politiche più incentrate sull’intervento dello stato nell’economia, nella maggior parte dei casi più orientate alla forniture di supporto per perdite di lavoro, prestazione di servizi a prezzi più bassi rispetto al mercato e alla riduzione delle differenze economiche tra le persone.

Per approfondire la questione può essere utile la lettura del World Happiness Report 2021, contenente altre statistiche sulla questione come, ad esempio, l’impatto del COVID-19 sulla felicità.

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