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I disturbi alimentari raccontati con la fotografia

Anoressia, Bulimia, Binge-eating descritti attraverso le immagini di nove ragazzi che hanno avuto il coraggio di mostrare al mondo il loro malessere.

disturbi alimentari

Milano. Lo scorso 14 ottobre, il gruppo di Ri-scatti ONLUS, un’associazione di volontariato che dal 2014, mediante i suoi progetti, si è posta l’obiettivo di sensibilizzare sul tema dei disturbi alimentari, ha reso nove ragazzi affetti da DCA gli interpreti, mediante le loro esperienze, di queste gravi malattie che, da ormai diversi anni, affliggono una grande fetta della popolazione mondiale. 

Il progetto dal titolo“Fino a farmi scomparire’’, curato dalla squadra di Ri-scatti in mostra dal 14 al 24 ottobre al PAC (Padiglione di Arte Contemporanea) di Milano, ha voluto mettere in mostra, attraverso l’utilizzo della fotografia e delle esperienze dei ragazzi, questi gravi disturbi. 

Essi imperanti nel mondo occidentale, -in cui la magrezza anoressica è divenuta, anche per l’utilizzo smodato dei social come Instagram, il metro con la quale misurare una persona-  mietono ogni anmo un numero considerevole di vittime.

L’edizione di quest’anno, la settima, è patrocinata della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale, in collaborazione con l’Ospedale Niguarda di Milano e l’Associazione Erika. Essa è arricchita da una rappresentazione curata da un laboratorio teatrale che sensibilizza lo stesso tema, ideata in collaborazione con ASL Roma 1 e l’Associazione La Fenice.

La mostra d’arte -guidata da Amedeo Novelli, Stefano Corso e Federica Balestrieri- diventa portavoce delle urla inascoltate di coloro che non hanno il coraggio di chiedere aiuto. 

Si stima che i decessi a causa di anoressia-nervosa siano in notevole aumento, soprattutto dopo l’avvenuta pandemia globale che, tra gli altri problemi, ha portato chi già soffriva,  ad un peggioramento della propria condizione psicologica, fino a far cronicizzare la malattia di cui si era affetti o addirittura a svilupparne di nuove.

Cento fotografie testimoniano i sentimenti, le sensazioni, i tratti tipici, gli esiti di questi disturbi. 

Immagini che hanno come protagonisti Alessandra, Alessia, Anna, Emanuela, Emanuele, Federica, Giulia, Silvia, Sofia e Teresa: sono loro i giovani ragazzi che hanno trovato la forza di raccontarsi, di rendere evidenti i propri disturbi, di mostrarsi al mondo deboli, imperfetti, umani. 

L’arte diventa mezzo di comunicazione e sensibilizzazione su malattie ignorate o tragicamente liquidate con la tipica frase: «È solo un’infantile ricerca di attenzioni.» 

Bisogna fare chiarezza, educare i giovani e gli adulti e, soprattutto, sensibilizzare il sistema per far comprendere che i disturbi alimentari c’entrano poco e niente con il cibo in quanto tale, e che il problema non è il quantitativo di alimenti ingeriti, ma che un eccesso o una restrizione diviene indice di altri gravi malattie radicate nella psiche di chi ne è affetto.

L’anoressia, la bulimia, il binge-eating (disturbo d’alimentazione incontrollata) sono molto spesso sintomatici di una situazione psicologica di fondo già tragicamente disequilibrata. Le percentuali di decesso per suicidio -dato da depressione e ansia- in persone affette da anoressia nervosa sono disarmanti. 

I corpi, i volti, le immagini mostrate al PAC dimostrano chiaramente che, per quanto tragica la situazione possa essere, c’è una via d’uscita: rendere vive certe emozioni.Rappresentarle, dunque, è il primo passo per aiutare chi ancora si nasconde, chi cerca -citando il titolo del progetto- di scomparire dal mondo, di rendersi invisibile agli occhi della società che, come dimostrano queste iniziative, non sempre si mostra indifferente di fronte alle richieste di aiuto. 

È fondamentale rendere partecipi di queste iniziative le associazioni e gli enti che collaborano con i giovani nelle scuole e nelle Università che, insieme agli specialisti del settore, psichiatri, psicologi e nutrizionisti possono rappresentare la mano d’aiuto da stringere per rialzarsi quando tutto attorno suggerisce di mollare la presa e lasciarsi cadere nel baratro.

Una speranza c’è, l’empatia ancora esiste, uno spiraglio di umanità rischiara febbrilmente il mondo occidentale, ed è in progetti come questi che lo si può cogliere.

È come se l’iniziativa si contrapponesse all’uso che oggi si fa della fotografia. Sui social, come citato poc’anzi, a far da padrone sono le immagini di corpi tonici, lisci, senza imperfezioni che, dunque, non mostrano la realtà e anzi, inducono ad illudersi che l’essere magri sia sinonimo di essere felici. Le foto mostrate nella rappresentazione, invece, hanno tutt’altra funzione: essere la voce di coloro che soffrono e ossessionano la propria mente per modificarsi perché non in linea con gli ideali fisici mostrati, perché imperfetti, perché umani.

Grazie alle testimonianze dei giovani che hanno trovato il coraggio di mettersi a nudo per mostrarci il loro disagio emotivo, chi sente il bisogno di essere invisibile, osservando queste immagini, può sentirsi compreso, visibile  e, forse, finalmente intraprendere un percorso di guarigione.

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