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G8: storia di un fallimento

Sono passati 20 anni dal G8, dalle manifestazioni no-global, dalle torture nella Caserma di Bolzaneto, dalla morte di Carlo Giuliani. Due decenni durante i quali nulla sembra essere cambiato, in cui i temi per cui si batteva il movimento no-global sono più che mai attuali e non accennano ad un miglioramento.
Le giornate dal 19 al 22 luglio del 2001 che cosparsero di sangue i vicoli di Genova, portarono ad una sospensione dello stato di diritto alla quale tutt’oggi non si trova ancora spiegazione. L’unica cosa certa è che chiunque si trovasse nella Diaz, in corso Torino, in via Tolemaide, in piazza a manifestare aveva anticipato temi fondamentali che oggi i grandi vertici ancora faticano a fronteggiare.

La parola ‘fallimento’ deriva dal latino «fallĕre», ovverosia ‘ingannare, deludere, tradire’. Ebbene, la città dei caruggi blindata, le manifestazioni pacifiche, la barbarie dei black bloc, i leader mondiali e gli ‘anti-global’, l’assalto ai simboli del capitalismo, la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione della polizia nella scuola Armando Diaz , le torture nella Caserma di Bolzaneto, atti e fatti risalenti a quel luglio di 20 anni fa, evocano al fallimento, al tradimento dello dello Stato alla democrazia. Tra il 19 e il 22 luglio 2001, Genova fu la scenografia di terribili episodi, che seguirono alle manifestazioni organizzate dai movimenti anti globalizzazione in occasione dell’incontro del G8, un forum politico informale che riuniva gli otto governi nazionali di Italia, Canada, Giappone, Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia e Giappone (i paesi più industrializzati della terra), in accordo con l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e il sostegno del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale nonché dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Da una parte il G8 discuteva della gestione del mondo e sui rapporti con i paesi in via di sviluppo, dall’altra i no global denunciavano il modello di globalizzazione, le tendenze economiche neoliberiste e le proteste erano un mezzo pacifico per dire che “un altro mondo è possibile”.

Il principio

Il movimento no-global vede luce a Seattle il 30 novembre 1999, alla conferenza dell’Organizzazione mondiale del commercio. Genova fu quarta a Davos, a Napoli e a Göteborg dove tra il gennaio e il giugno del 2001, si verificarono scontri e manifestazioni per il summit europeo.
La storia che ripercorre quei giorni bui, ci racconta di responsabilità non assunte, dell’instabilità di un governo che fino al marzo precedente era di centrosinistra e a settembre se ne era stanziato uno di centrodestra. Al governo c’era Silvio Berlusconi; arrivato da pochi mesi, dai precedenti governi di centrosinistra aveva ereditato la scelta di tenere a Genova la riunione dei capi di governo degli otto Paesi più industrializzati della Terra mentre Bush era l’allora presidente degli Stati Uniti. A due giorni dal G8, Genova vedeva l’installazione di un muro di 3 metri, stavano costruendo la zona rossa. In quei giorni di tensione, in città iniziavanp a diffondersi notizie come la compravendita di 200 sacchi mortuari, l’atterraggio all’aeroporto di una batteria missilistica antiaerea e il parziale svuotamento del carcere locale. Allora suore, madri, bambini, studenti, comunisti, ambientalisti facevano il tifo per la stessa squadra, si voleva battere lo strapotere delle multinazionali e vincere per la tutela dell’ambiente, per la lotta alle disuguaglianze di reddito e genere, per una fiscalità equa. Era luglio, faceva caldo e per i vicoli di Genova risuonavano le canzoni di Manu Chao.

La soppressione

A Palazzo Ducale 8 capi di Stato discutevano le sorti di 6 miliardi di persone, mentre per le strade di Genova dilagava il caos. Lo Stato doveva garantire la buona riuscita del G8 e il diritto a manifestare; quei giorni il G8 non giunse ad alcuna conclusione sul punto ‘povertà’ e il diritto a manifestare venne represso attraverso azioni paramilitari, sebbene la riforma del 1981 avesse ‘smilitarizzato’ il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, costituito dalla Polizia di Stato e ridisegnato il sistema. Il 20 luglio, i carabinieri in via Tolemaide, dopo una carica immotivata e illegittima e un primo impatto sui manifestanti travolti da lacrimogeni (già ai tempi riconosciuti come armi militari, cancerogene) e manganelli sono costretti a scappare, ad alzare la pistola verso il cielo, ad abbandonare i blindati, a creare quella che fu la sacca di piazza Alimonda, luogo del martirio di Carlo Giuliani. Testimonianze accertano poi le cosiddette ‘infiltrazioni’, per cui sembrerebbe che quella ‘polizia fascista’ avesse assunto il ruolo dei black bloc, imitandone vestiario e gesta . Fonti attestano che negli ospedali i feriti apparentemente componenti dei black bloc fossero in realtà uomini in divisa, riconosciuti dagli operatori sanitari per via delle targhette distintive sotto gli abiti neri. Alla Fiera del mare che era la caserma dove veniva gestito l’ordine pubblico durante il G8 entravano e uscivano francesi e tedeschi, palesemente estremisti di quei squadroni fanatici, senza essere fermati dai poliziotti. Complottismo è una parola da usare con massima cautela, perché il margine di errore è ampio, ma ogni evento che riporta ai pestaggi nella scuola Diaz, alle torture, alle umiliazioni subite dal prigionieri nella caserma di Bolzaneto, agli attacchi ingiustificati verso i manifestanti, lasciano aperta la possibilità che vi fosse qualcuno al di sopra di chi dispensava direttive ai contingenti, dal momento che si vuol ben sperare che l’autorizzazione a “spaccare le teste delle zecche comuniste”, non provenisse da chi era preposto a difendere i civili. Lo stato di diritto cessava per tre giorni; chi doveva vigilare non lo fece e se lo fece, sbagliò tutto. In molti casi incoraggiò le forze dell’ordine ad agire senza indicazioni, facendo dell’uso della forza, della umiliazione fisica e psicologica la propria arma. Gli uomini in divisa, l’adrenalina nei loro occhi strabuzzanti, il forte odore di testosterone nell’aria attaccarono i manifestanti sbagliati, persone disarmate e innocue, forse perché una bestia se lasciata a briglia sciolta fa di testa sua e le appare difficile dunque saper distinguere un black bloc neonazista, vestito di nero con il volto coperto, da una madre col proprio bambino. Era luglio, faceva caldo e la brezza dal Mar Ligure era intrisa di testosterone.

Il tradimento

Anche il movimento noglobal non riuscì nel suo intento quei giorni; l’alleanza costituitasi lasciava fin troppa libertà mediatica a gruppi meno coinvolti come centri sociali, tute bianche e risultò difficile riunire secondo criterio, quella varietà di manifestanti. L’allora segretario dei DS (Democratici di Sinistra), Piero Fassino, vicino al movimento no-global, ritirò all’ultimo la partecipazione del suo partito alla manifestazione del 21 luglio, tradendo la sinistra della piazza. La sinistra era fallita, si era ritirata dalla battaglia e spianava la strada all’insediamento della destra anti-mondialista. Ai tempi nemmeno la stampa, che aveva il solo compito di essere obiettiva, riuscì a non fallire pubblicando notizie false, diceria che si andavano spargendo quei giorni come la storia del sangue infetto sparato dai manifestanti sui poliziotti e inneggiando critiche agli sprovveduti no-global. Era luglio, faceva caldo e gli italiani venivano traditi dalla loro rappresentanza. Lo Stato fallì allora e continuò nel suo fallimento assieme alla Magistratura negli anni che seguirono a quei giorni di terrore, assolvendo in Cassazione Gianni De Gennaro, l’allora capo della polizia che vantò poi di una brillante carriera prima come sottosegretario con delega ai servizi segreti e a capo di diverse aziende, tra cui il gruppo Leonardo e Finmeccanica. Oggi è presidente della Banca Popolare di Bari. Francesco Gratteri, che nel 2001 era direttore del Servizio centrale operativo (SCO) della polizia di Stato, per l’irruzione alla Diaz viene condannato a soli quattro anni di reclusione per falso aggravato. Gilberto Caldarozzi era il numero due dello SCO. Condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi per aver partecipato alla creazione di false prove, fu poi promosso questore nel 2006 per meriti speciali in seguito all’arresto di Bernardo Provenzano. Sospeso dopo la condanna, dopo aver scontato la pena verrà nominato numero due della Direzione Investigativa Antimafia. Oggi è in pensione. Vincenzo Canterini, fu Capo del Reparto Mobile di Roma nel quale era inquadrato il VII nucleo sperimentale guidato da Michelangelo Fournier (il primo a parlare di “macelleria messicana”). I celerini da lui guidati furono i primi a entrare alla scuola Diaz. Da vicequestore divenne questore.

Oggi

È luglio, fa caldo e sono passati 20 anni da quei fallimenti. I temi per cui allora ci si batteva, sono più che mai attuali e si scende in piazza con serenità, perché nessuno può credere che gli accaduti a Genova possano riproporsi per una seconda volta. Ma se in 20 anni nemmeno i grandi leader sono riusciti a minimizzare conflitti armati e violenza, la fame nel mondo che uccide 24.000 persone ogni giorno perché le popolazioni dei paesi poveri sono costrette a coltivare nelle loro terre alimenti per il bestiame dei paesi ricchi, la morte di 15 milioni di persone ogni anno per malattie infettive, l’inquinamento che vede l’aria del pianeta ormai irrespirabile, la terra, le falde acquifere ed i mari sono contaminati dalle deiezioni di animali d’allevamento che producono escrementi 130 volte l’intero genere umano, l’avanzamento di 3500 kg l’anno del deserto, l’esaurimento delle fonti di energia, come possiamo riuscirci noi “zecche anarchiche”? Forse non ci resta che continuare a cantare quella canzone di Manu Chao che fa: “Qué voy a hacer?-Cosa farò?-Je ne sais pas-Non lo so-Qué voy a hacer?-Cosa farò?-Je ne sais plus-Non so più-Qué voy a hacer?-Cosa farò?-Je suis perdu-Sono perduto”.

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