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Economia

Detroit continua a svuotarsi, da sessant’anni

Detroit, la città più grande del Midwest dopo Chicago, sta affrontando da più di mezzo secolo un costante declino. Ogni giorno centinaia di persone lasciano la metropoli a causa della scarsa qualità della vita

Con i suoi 639mila abitanti Detroit è la città più popolosa dello stato del Michigan e la seconda più popolosa del Midwest, dopo Chicago. Fino agli anni 50 è stata una città in grandissima espansione economica, passando dai circa 21mila abitanti del 1850 ai quasi 2 milioni del 1950.

Si tratta di un luogo conosciuto soprattutto per il suo florido passato nel mondo dell’auto. Nell’area metropolitana hanno infatti sede le principali case automobilistiche statunitensi: Ford, Cadillac, Chrysler, Chevrolet, Dodge, GMC.
Ma questi sono solo alcuni tra i più noti marchi dello Stato del Michigan, un luogo che si è dimostrato un particolarmente ricco di imprenditori con la volontà di investire nel settore automobilistico: Ransom Olds fondò la Oldsmobile a Lansing, la capitale dello Stato; Henry e Wilfred Leland fondarono la Lincoln a Dearbone; David Buick fondò la Buick a Detroit, la più antica casa automobilistica del statunitense. Fu un’enorme fortuna per Detroit, il Michigan e il resto degli Stati Uniti.


Da diverse decadi, tuttavia, qualcosa sembra essere andato storto. La città non ha mai davvero fatto i conti con la migrazione (soprattutto afroamericana) proveniente dagli Stati del Sud verso l’industrializzato Nord, scatenando diverse tensioni razziali; l’economia dell’auto – su cui gran parte della città si reggeva – non è riuscita ad affrontare la crisi petrolifera degli anni ’70 e la competitiva concorrenza giapponese, che per molti anni a venire si è affermata come un modello produttivo in grado di ripensare la produzione di automobili; l’automazione nel settore ha poi fatto crescere i livelli di disoccupazione e, con essi, la criminalità.

Nel luglio del 2013 la città, ormai sommersa di debiti, dichiara bancarotta con un passivo accumulato di circa 18 miliardi di dollari. Il Wall Street Journal lo definisce come “il più grande fallimento di una città nella storia degli Stati Uniti”.

La questione razziale a Detroit

La grande discriminazione che affligge il clima dell’area metropolitana trovò sfogo principalmente in quella che viene ricordata come la “Rivolta di Detroit del 1967”. Il 23 luglio di quell’anno la polizia fece infatti irruzione in un locale sprovvisto di licenza ed aperto oltre l’orario di chiusura, sulla Dodicesima strada. Il posto era frequentato prevalentemente da afroamericani, che in quel momento stavano festeggiando il ritorno di un veterano di guerra dal Vietnam.

Mentre la polizia effettuava gli arresti, scoppiò una rivolta tra quest’ultima (all’epoca ancora formata quasi esclusivamente da bianchi), la clientela e la folla che nel frattempo si era radunata. Alcuni iniziarono a saccheggiare un negozio di vestiti non molto distante dal locale, ed in poche ore gli scontri si allargarono a tutta la città. Per quattro giorni. Quattro giorni in cui si contarono 43 morti, 467 feriti, 7200 arresti e 2000 edifici distrutti. Fu un evento che scosse totalmente il paese. Anni ed anni di oppressione razziale rilasciata in così poco tempo.

La città di Detroit durante gli scontri nel luglio del ’67

Ancora oggi, quell’episodio viene considerato come la linea che separa la fase di ricchezza da quella di declino della città.

Detroit, dati alla mano

Negli anni sempre più persone hanno deciso di andare via dalla città (soprattutto il ceto medio-alto), lasciando nella metropoli specialmente persone a basso reddito e di origine afroamericana. Ad oggi, secondo l‘Ufficio del Censimento americano (USCB), gli abitanti di Detroit sono per il 78.3 per cento persone di colore o afroamericani (considerando una media nazione del 12.1 scala nazionale); il reddito pro capite è quasi la metà di quello del Michigan, mentre il tasso di povertà è quasi il triplo (ben 35 per cento). Anche la percentuale di istruzione è in linea con questa tendenza: solo il 15.3 per cento della popolazione ha una laurea, rispetto al 29.1 per cento della media dello Stato del Michigan.


Quando si pensa a Detroit, inoltre, lo si fa specialmente in relazione alla criminalità che affligge la città. I dati raccolti dall’apposita Divisione dell’FBI sembrano confermare tale presentimento. Nel 2019 in città ci sono stati oltre 13mila crimini violenti, 275 omicidi, 952 stupri, 2346 furti, 6820 furti d’appartamento, 6886 furti di veicoli. Boston in confronto, una città dalla simile popolazione, ha totalizzato tre volte meno crimini violenti, sei volte e mezzo meno omicidi (42), quattro volte meno stupri, quattro volte meno furti d’appartamento (oltre 10mila i veicoli rubati invece).

Molte ne ha provato la città in questi anni, cercando di attrarre soprattutto investimenti, giovani talenti e artisti (settore particolarmente forte in città). Il primo tra tutti gli “investitori” è sicuramente Dan Gilbert, la persona più ricca in città e la 23esima più ricca degli Stati Uniti. È proprietario di Rocket (precedentemente noto come Quicken Loans), la più grande azienda erogatrice di mutui del paese; dei Cleveland Cavaliers, una delle trenta squadre dell’NBA; di un enorme patrimonio immobiliare a Detroit e del marketplace online StockX, startup con una valutazione di circa 3.8 miliardi di dollari.
Lo scorso anno Gilbert ha annunciato un investimento decennale di 500 milioni di dollari per aiutare soprattutto i residenti a basso reddito della città; in precedenza, le sue aziende hanno investito 5.6 miliardi di dollari per acquistare e ristrutturare diversi edifici nel centro di Detroit, con l’obiettivo di creare circa 24000 posti di lavoro. Nel 2013 Quicken Loans era la terza azienda con più dipendenti che lavoravano nella città, posizionandosi addirittura sopra Ford e General Motors.

Nel 2011, un altro noto imprenditore americano, Tom Kartsotis (che vive a Dallas, Texas), ha scelto Detroit per rilanciare il defunto marchio di lucido per scarpe Shinola, trasformandolo in Shinola Detroit, azienda nel mercato degli orologi da polso. Ad oggi l’impresa conta circa 500 dipendenti ed un fatturato annuo che si aggira intorno ai 68 milioni di dollari.

Negli anni più recenti, invece, la città si sta sempre più scoprendo in grado di attirare startup innovative: gli investimenti in capitale a fondo perduto sono quasi quadruplicati dal 2014 al 2020, passando da 88 milioni a 316.5 milioni di dollari.
Di questo ne avevamo già avuto un’anticipazione dal giornalista del Corriere della Sera Andrea Marinelli, in un lungo reportage del 2015, dove aveva affermato: «Il centro, che a lungo aveva ricordato la desolazione delle immense praterie del Midwest, si sta rianimando, l’economia vede uno spiraglio appoggiandosi soprattutto sulle startup tecnologiche che attraggono giovani e sulle piccole imprese».

Dove pende la bilancia?

Detroit sembra mettercela davvero tutta per una ripresa, che non sembra totalmente arrivare. I crimini che vengono compiuti evidenziano la presenza di grande povertà, di una grossa classe di lavoratori priva delle competenze necessarie per partecipare al rilancio tecnologico o artistico che ha visto la città negli ultimi anni. Qualcosa nel centro si è mosso come abbiamo visto, tant’è che oggi la retorica sui problemi di Detroit si è progressivamente spostata dal centro alla periferia, evidenziando il rialzo che ha avuto il primo. Nell’area metropolitana, comunque, c’è ancora molto lavoro da fare.

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