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Cuba s’è desta

Domenica 11 luglio alcune migliaia di persone hanno manifestato all’Avana, la capitale di Cuba, e in alcune altre città dell’isola per protestare contro l’autorizzazione dell’ingresso temporaneo nel paese di medicinali, generi alimentari e altri prodotti di prima necessità, ai quali si sottraggono i dazi che non verranno applicati

“Libertad! Libertad! Abajo la dictadura, ya no tenemos miedo!” (Libertà! Libertà! Abbasso la dittatura, non abbiamo più paura!) Queste le parole che urlavano migliaia di cubani la scorsa domenica, prima nelle strade di San Antonio de los Baños e poi riversatesi in tutto il territorio dell’isola nel giro di pochi giorni. Inizia tutto quando il governo cubano autorizza l’ingresso temporaneo nel paese di medicinali, generi alimentari e altri prodotti primari, ai quali si sottraggono i dazi che non verranno applicati. Si prevede che tale provvedimento promosso dal Ministero delle Finanze e dei Prezzi rimarrà in vigore fino al prossimo 31 dicembre, se la situazione perdipiù aggravata dall’attuale pandemia non accennerà a migliorare. Ma la verità è che la situazione non avanza verso alcun miglioramento da orma 62 anni, che hanno visto l’imposizione del regime comunista opprimere la popolazione cubana, costringendola all’isolamento e quindi alla miseria.

Ricordiamo che già nel 1994, Malecón de l’Avana era stato teatro di una grande manifestazione contro le restrizioni che il governo impose a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, placata dall’intervento di Fidel Castro che con il suo carisma e la forte influenza riuscì senza troppa difficoltà ad ottenere l’acquiescenza della folla. Se nel 1994 il volto ufficiale della dittatura era riuscito a sopprimere le voci, nel 2021 il sessantunenne Miguel Díaz-Canel Bermudez, primo segretario del Partito Comunista, fatica ad ottenere una simile risultato. Sembra dunque che il gene carismatico si sia disperso negli anni tra i successori di Castro, sebbene vada riconosciuta l’attenuante al Presidente di Cuba di non essere membro della famiglia Castro. Alle voci che urlano sotto la sede del Partito Comunista cubano (PCC) “Cuba no es tuya” (Cuba non è vostra!), Díaz-Canel risponde con la ridondante cantilena dell’“essere disposto a tutto per fermare i mercenari e i contro-rivoluzionari”. Il presidente non è quindi pronto a fare a meno della sua Cuba, ed è per questo motivo che incita comunisti e rivoluzionari alla soppressione delle manifestazioni. Il richiamo alla violenza ha portato all’arresto di più di cinquemila persone, ad una decina di morti e a un numero imprecisato di dispersi. Oggi come negli anni Novanta, i cubani protestano per la durissima crisi economica. Manca il cibo e i blackout elettrici durano ore. Sembra che il governo abbia bloccato l’accesso a varie piattaforme, tra cui i principali social come Instagram, Facebook e WhatsApp ma a quale scopo? Non si vuole divulgare ciò che accade ormai da oltre sei decenni su quell’isola? Il governo avrà pure la colpa di violare i diritti fondamentali dei cittadini cubani, ma allora ancora più colpevoli saranno gli altri Stati se penseranno che ciò avviene a partire solo dallo scorso 11 luglio.


Il governo cubano, secondo quella che ricorda una mossa alla Ponzio Pilato, difende la propria posizione, addossando la responsabilità di queste violenze al blocco economico dell’imperialismo yankee (e a chi altri sennò?).
Come canta Leonard Cohen, “C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra luce” e così da una piccola incrinatura del sistema castrista, ne potrebbe nascere un burrone che inghiottirebbe l’ideologia comunista in America Latina e allora il Perù si sottrarrebbe al populismo izquierdista di Castillo, il Messico a Obrador; la democrazia cilena e colombiana sarebbero libere dai recenti movimenti sovversivi, Nicaragua, Bolivia, Venezuela, chiunque viva questa situazione di interminabile “lotta anti-imperialista”, potrebbe finalmente vedere l’avvento di una democrazia liberale e dello stato di diritto.

San Isidro

Nei mesi scorsi ha visto la luce anche un nuovo movimento artistico di natura politica, il Movimento San Isidro, i cui partecipanti, perlopiù intellettuali e artisti, hanno denunciato in modo esplicito la persecuzione alla dissidenza. Non facendo eccezione intellettuali e artisti al resto dei civili, la loro marcia è stata interrotta violentemente dai boinas negras (“berretti neri”), unità d’élite dell’esercito cubano. E mentre il movimento cantava la cazone “Patria y vida” (“Patria e vita”) in opposizione allo slogan rivoluzionario “Patria o muerte”, il governo avanzava le famigerate “azioni di rifiuto”, ovvero inviava cittadini al servizio della dittatura a disperdere le manifestazioni e condanna un paese all’autodistruzione, mettendo uno contro l’altro concittadini che dovrebbero semmai guardare alla coesione, senza intercessione di compromessi perché dopo 62 anni di dittatura, il tempo dei compromessi cade di fronte a una prescrizione estesa fin troppo.

Il leader delle proteste è la società civile stessa, che ad oggi però non ha modo di offrire un’alternativa stabile all’attuale sistema. Sebbene la via dell’emigrazione rappresenti una possibilità per i cubani ormai stremati da anni di persecuzione, anche questa è preclusa non solo dalla dittatura ma persino da una delle ultime misure da parte dell’amministrazione Obama, che ha sospeso la politica cosiddetta de “pies secos, pies mojados” ovvero la politica dei ’piedi asciutti, piedi bagnati’, per cui tutti i cubani che entrassero legalmente o meno in territorio americano, potevano avere accesso al permesso di residenza e a un lavoro retribuito. Anche Biden, che pure non vuole ripetere l’errore del governo Obama, ha deciso di affiancare la moderata e non troppo decisiva politica del “fare appello ai diritti fondamentali e universali” della popolazione cubana. Questa dichiarazione, che guarda bene al non esporsi troppo e a rimanere nel mezzo, arriva tardiva e poco sincera, considerando poi che la politica è politica e quindi Biden deve pensare anche all’interesse elettorale nella Florida, terra d’esilio dei cubani. Insomma, prima di ripristinare il flusso economico tra USA e Cuba, recentemente bloccato da Trump, Joe e Kamala se ne guardano bene dal farlo. Lo scorso giugno l’Assemblea generale dell’ONU, con 184 voti favorevoli, due contrari (Stati Uniti e Israele) e tre astensioni (Colombia, Ucraina e Emirati Arabi), ha approvato una risoluzione che chiede fine all’embargo. Il governo cubano ha lanciato l’hashtag #elmundodiceno, mentre migliaia di civili cubani intonano

“Non più bugie, il mio popolo chiede libertà, niente più dottrine. Non gridiamo più Patria e Morte ma Patria e Vita. E abbiamo iniziato a costruire quello che sognavamo, quello che hanno distrutto con le loro mani. Che smetta di scorrere sangue, per il fatto di pensarla diversamente. Chi vi ha detto che Cuba è vostra, se Cuba è di tutta la mia gente”.

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