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Cultura

Cosa sbaglia l’Italia sui cervelli in fuga? “Exit Only” Di Giulia Pastorella – Riassunto e considerazioni

Gli italiani all’estero sono probabilmente quella categoria di persone dove si verifica la più alta differenza su ciò che pensiamo di sapere e su ciò che sappiamo. L’expat Giulia Pastorella prova a fare chiarezza con il suo nuovo libro

Il tema sui cosiddetti “cervelli in fuga” è piuttosto sentito nel nostro paese. Giulia Pastorella, dopo quindici anni di vita all’estero tra Londra e Bruxelles, prova a sfatare alcuni dei falsi miti che ci sono sui nostri connazionali all’estero; ne esce, tra le altre cose, un’attenta critica al mondo accademico italiano.

Il libro parte con una disamina delle due grandi correnti filosofiche e politiche nel confronti del fenomeno: la corrente “liberale”, che non vede il fenomeno con ostacolo ed evidenzia anzi come ci possano esserci vantaggi per entrambi i paesi (chi vede lasciare i propri “cervelli” e chi li vede arrivare); e la corrente “nazionalista”, che non accoglie positivamente il fenomeno, facendo leva sul cosiddetto “obbligo morale” di contribuire al paese in cui si è cresciuti.

L’autrice propende più per la prima linea di pensiero, pur non riportando le criticità che possono sorgere da un fenomeno del genere. Dal punto di vista prettamente economico, occorre momentaneamente oscurare il fenomeno italiano, in quanto vede espatriare individui verso altri paesi europei che si trovano ad un livello reddituale che potremmo dire “simile”. Differente è il discorso per persone provenienti da paesi dell’Europa dell’est, dall’America Latina, o dall’Asia, in quanto questi vedono incrementare il proprio reddito in misura proporzionalmente molto più elevata di quanto vedrebbe, ad esempio, un italiano in Regno Unito. Per questi paesi a basso reddito una forte emigrazione verso paesi molto più avanzati comporta un grande vantaggio in termini di rimesse, ovvero denaro che gli espatriati inviano ai loro affetti rimasti in patria, contribuendo ad alimentare il consumo interno.

Le cause dell’espatrio e gli espatriati

L’espatrio “di massa” è poi spesso, se non sempre, dovuto a cause socio-economiche non ottimale: in altre parole, alti livelli di disoccupazione, bassi livelli di reddito, bassa qualità della vita, ecc. In queste circostanze una forte migrazione consente di ridurre la concorrenza verso posti di lavoro, aumentando le condizioni lavorative e diminuendo la disoccupazione. Un simile discorso al riguardo può essere valido anche per il contesto italiano.

Fatte le dovute premesse, l’autrice, frutto anche della sua esperienza personale, si concentra maggiormente sulla migrazione più qualificata (circa un terzo della totale), evidenziando come la controparte sia anche quella più spesso caratterizzata da un rimpatrio o da un soggiorno estemporaneo, non permettendo un’analisi molto accurata.
Si arriva pertanto al nocciolo della questione: chi sono le figure qualificate che emigrano verso altri paesi? Proporzionalmente parlando, si tratta in gran parte di ricercatori, ovvero studenti che una volta finito il percorso di laurea magistrale, scelgono di conseguire un dottorato di ricerca all’estero; le destinazione favorite sono Regno Unito, Germania e Francia.

Il mondo accademico

Ne esce una pesantissima critica al sistema della ricerca italiano, non solo sotto finanziato, ma anche lento e contraddistinto da molti favoritismi e raccomandazioni. L’autrice spiega come per essere ammessi sia necessario partecipare ad un bando pubblico, che però nella maggior parte dei casi è circoscritto già ad uno studente con cui il professore di riferimento ha avuto modo di lavorare in passato, e che ritiene spesso adatto per motivi diversi dalla competenza. All’estero, più precisamente in Regno Unito, dove l’autrice ha avuto modo di frequentare il suo dottorato, spesso questo non accade: lo studente è “scelto” direttamente dal docente di riferimento. Potrebbe comportare abusi un sistema del genere? Assolutamente sì. Ma da questo deriva una conseguenza fondamentale: il docente risponde del fallimento del suo reparto molto più che in Italia, calmierando le responsabilità derivanti da una selezione di questo tipo. Ne esce inoltre una triste conseguenza della cultura lavorativa italiana: l’ignoranza della classe dirigente porta ad un mediocre metodo di selezione, basato più sulla fiducia e la simpatia piuttosto che sull’abilità. Se un imprenditore sbaglia a selezionare il suo personale, ne risponderà personalmente tramite gli scarsi risultati, ma se un professore sbaglia a selezionare i propri ricercatori cosa succederà al suo dipartimento?

Il problema che emerge da questo contesto, spiegano i vari intervistati del libro, è che “fa perdere tempo”, illudendo i candidati che ci siano delle speranze di essere ammessi al fatidico dottorato, il cui bando è invece già disegnato ad hoc.

Molti dei presenti ricercatori sono inoltre laureati in materie STEM, considerate chiave per lo sviluppo di un’economia del primo mondo come quella italiana. Come spiega l’autrice, questa volta specificatamente riferito al contesto italiano, non è necessariamente un male che vi sia questa emigrazione verso economie più sviluppate, e non solo per una questione di libertà (del fare della propria vita ciò che si vuole), ma anche per una di competenza di ritorno, di cui il paese ha disperatamente bisogno! Competenza in termini di cultura aziendale, di nuove tecnologie, di trend, di inclusione lavorativa. Tutte qualità di cui il nostro paese è poco munito, vista anche la sua scarsa conoscenza della lingua inglese, che gli impedisce di assorbire ciò che c’è di buono in molte culture estere.

C’è da preoccuparsi?

Pastorella spiega come l’espatrio sia un fenomeno del tutto fisiologico, che vede coinvolti anche gli altri grandi paesi europei come Francia e Germania, che riescono tuttavia a sopperire a ciò attirando talenti altrove. Questo è il problema fondamentale dell’Italia: come si evince dal titolo, Exit only per l’appunto. Il nostro paese non riesce infatti ad attrarre talenti dall’estero, e per quel poco che riesce questi decidono di tornare in larghissima parte nella loro terra d’origine. Un problema di questo tipo può essere calmierato solamente arginando tutti quegli ostacoli burocratici che si vede affrontare uno studente straniero che ha deciso di frequentare un ateneo italiano; da uno sviluppo della cultura del personale docente; da una maggiore trasparenze nelle procedure di selezione dei dottorati di ricerca, ai quali gli studenti stranieri raramente si candidato proprio per questo motivo.

Considerazioni

Il libro fa emergere in modo limpido un tema spesso poco capito, e lo fa lontano da stereotipi tipici delle chiacchere da bar o di talk show televisivi. Sebbene il suo pensiero al riguardo siano noto, non dimentica mai di riportare una approfondita controtesi. Mi sarebbe piaciuto vedere un maggiore approfondimento del fenomeno in relazione agli altri paesi europei, così da capire qualcosa di più sul contesto europeo e mondiale. Lettura decisamente consigliata insomma.

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