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Ci stiamo dimenticando cos’è la “solitudine”

Cal Newport è autore di otto libri di self-improvement. La sua opera, “Minimalismo digitale”, è diventata presto un bestseller in cui, tra le tante cose, si ritrova ad analizzare il nostro rapporto con la “solitudine”

Cal Newport è un noto professore universitario statunitense alla Georgetown University, attualmente autore di otto libri self-improvement, tra cui la celebre opera Deep Work, datata gennaio 2016. È un risaputo amante della produttività e minimalista digitale, non ha mai avuto un account sui social network e ha ammesso di aver comprato il suo primo smartphone solo nel 2012.

Nel 2019 pubblica un’altra opera di grande successo, Minimalismo digitale, dove approfondisce alcuni concetti trattati in Deep Work, con un’attenzione particolare sul nostro quotidiano rapporto con la tecnologia. Inoltre, nel libro l’autore riflette anche su aspetti più filosofici, come la “solitudine”.

Newport argomenta, con apposite fonti, l’importanza per la mente umana di ritagliarsi degli spazi in totale assenza distrazioni – dal cellulare al libro – per poter riflettere senza alcun condizionamento esterno. Il docente si rifà alla definizione di solitudine di Raymond Kethledge e Michael Erwin, rispettivamente un giudice della Corte d’Appello degli Stati Uniti e un ufficiale in pensione con servizi che vanno dall’Iraq all’Afghanistan. I due, nel 2017, hanno pubblicato un libro dal titolo Lead Yourself First, dove definiscono la “solitudine” come:

“qualcosa che accade nel cervello, non nell’ambiente intorno a noi. Di conseguenza, questa è uno stato soggettivo in cui la mente è libera dai condizionamenti di altre menti. È possibile apprezzare la solitudine anche in un caffè affollato o in un vagone della metropolitana”.

Gli autori inizialmente evidenziano alcuni celebri personaggi che hanno fatto della solitudine il loro punto di forza. Stiamo parlando sia di poeti, romanzieri e compositori del calibro di Nietzsche, Schopenhauer e Kant, sia di esponenti politici come Benjamin Franklin, a cui è stata attribuita la frase: “Ho letto molte riflessioni interessanti sulla solitudine. Riconosco che la solitudine sia un gradevole rigenerante per una mente sempre occupata”.

Rapporto tra solitudine e tecnologia

Già nel secolo scorso, la comparsa di nuove tecnologie, come ad esempio radio e televisione, hanno iniziato a minare il nostro tempo libero e conseguentemente il nostro rapporto con la solitudine. Su questo si è espresso anche Michael Harris, saggista molto noto in Canada per il bestseller The End of Absence (La fine dell’assenza), con il suo libro Solitude, dichiarando:
“è inquietante come le nuove tecnologie contribuiscono a minare il tempo che passiamo esclusivamente assieme ai nostri pensieri”.

A tal proposito Cal Newport, in Deep Work, evidenzia come l’attenzione si comporti a tutti gli effetti come un muscolo: più viene allenata più cresce. Quindi, non è sufficiente la giusta motivazione in maniera occasionale per sviluppare la concentrazione, sarebbe come “fare la dieta una volta a settimana e sperare di dimagrire. Dobbiamo ripensare il nostro rapporto con le distrazioni e con la noia“, dichiara l’autore.

Al concetto di noia il prof. dedica molte righe, evidenziando come sia proprio la nostra bassa tolleranza per la noia a minare la nostra attenzione. Siamo abituati ad essere sempre sotto stimoli: in coda al supermercato, ad esempio, appena ci sentiamo annoiati utilizziamo subito il cellulare; mentre facciamo la doccia utilizziamo la musica come sottofondo, mentre guidiamo ascoltiamo la radio, ecc.
Accettare la noia significa portare l’attenzione per le cose davvero importanti, senza necessariamente annullare del tutto alcune azioni, bensì controllandole.
Invece di ascoltare la musica sia all’andata che al ritorno di un tragitto, potremo iniziare facendolo solo una volta ad esempio.

Il tempo “a non fare nulla” per quanto possa sembrare paradossale è fondamentale per il nostro benessere psicofisico, in quanto, come indica sempre l’autore, è fondamentale per sviluppare un “vita ben vissuta con noi e con gli altri”. Diversi studi citati da Newport hanno dimostrato come la solitudine ci consenta di conoscerci meglio – in quanto attività di riflessione per eccellenza –, mettere in ordine i nostri pensieri e focalizzarci su ciò che porta dei reali benefici alla nostra vita.

Il problema del poco tempo dedicato a noi stessi, come spiega sempre Newport, è presente da ben prima dell’era di internet, ma non in misura così grande. Internet ha espanso una tendenza già in corso, dandoci la possibilità di sconfiggere il minimo accenno di noia. Come riporta Wired, gli italiani in media trascorrono complessivamente 6h e 4 minuti su internet, quasi 2 ore sui social network, quasi 3 ore davanti alla televisione. Tenendo a mente che questi dati rappresentano una media, è verosimile pensare che i giovani trascorrano più tempo sui social network e meno davanti alla televisione, mentre l’esatto contrario per i più adulti.

La tesi di minimalismo digitale

Secondo il professore, la corretta gestione del nostro rapporto con la tecnologia riveste un ruolo chiave nel dedicare più tempo a noi stessi. L’autore definisce il minimalismo digitale come:

“una filosofia d’uso della tecnologia secondo cui l’utente dedica il proprio tempo online a un ridotto numero di attività accuratamente selezionate e ottimizzate per sostenere obiettivi e valori importanti, trascurando felicemente tutto il resto”.

A detta sua qualsiasi nuova tecnologia che facciamo entrare nella nostra vita, dalle nuove app alla musica che ascoltiamo, dovrebbero portare dei benefici nettamente superiori ai costi: non è quindi sufficiente un piccolo beneficio isolato.

Nel libro Newport descrive un fenomeno molto noto in economia: quello delle economie di scala. Prendiamo l’esempio di un grande terreno dove si alleva del bestiame; è semplice arrivare alla conclusione che avere una sola mucca non sarebbe economicamente efficiente, in quanto il campo ne potrebbe contenere molte di più. Le economie di scala rappresentano proprio questo: vi è un aumento della “produzione” se si aumenta l’input.
Tuttavia, da un certo punto in poi questo non è più vero: immaginiamo un campo dove le mucche sono così tante che non riescono nemmeno a muoversi. In questo caso si parla di diseconomie di scala, ovvero un limite oltre il quale teoricamente si può andare, ma senza avere dei benefici, anzi, avendo quasi esclusivamente dei costi.

Allo stesso modo, il nostro utilizzo con la tecnologia può sicuramente portare dei benefici, ma bisogna cercare di non arrivare alle diseconomie di scala.

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